La donna al tempo dei longobardi
Non è facile parlare del ruolo delle donne nella storia, perché mancano fonti documentarie che possono testimoniare una loro presenza attiva sulla scena pubblica ed anche perché il loro ruolo tutto sommato è stato sempre estraneo rispetto ai grandi processi storici. Il Medio Evo non fa eccezione a questa regola. Le donne non partecipavano agli eventi pubblici anche se la loro presenza nelle corti, con i loro sguardi, con la loro grazia, con la loro amabilità e con il fuoco delle loro seduzioni, non poco potevano influenzare le decisioni finali dei principi e dei re. Una di queste donne fu certamente Teodolinda, vedova del re longobardo Autari e sposa felice del re Agilulfo, che con la sua devozione e con la sua saggezza riuscì, grazie anche alla mediazione del Papa Gregorio Magno, a convertire il popolo Longobardo al cattolicesimo. La stessa cosa per Teodorata, moglie di Romualdo duca di Benevento, che per la sua fede e per la sua opera missionaria rivolta alla conversione del suo popolo al cattolicesimo, fu definita la Teodolinda del Sud.
Così Adelberga, sposa di Arechi II, per la sua sensibilità muliebre contribuì ad ingentilire i rozzi costumi dei loro uomini. Queste donne furono certamente le protagoniste in un processo storico importante che doveva avere tanta ripercussione nella storia del nostro paese. Discesi in Italia nel 568, ma da tempo noti tra le stirpi germaniche per nobiltà e ferocia guerresca, i Longobardi avevano la loro cultura nella forza e nelle armi. Una classe dirigente sostanzialmente analfabeta giungeva per la prima volta al potere, detenendolo in proprio, senza delegarne la gestione a funzionari romani. La conquista operava una vera e propria rivoluzione barbarica, giacchè i ceti dominanti tradizionali scomparvero del tutto insieme alla cultura, che su di essa si sosteneva.
Fondata sulle armi, che insieme a pochi altri oggetti da tavola costituivano il corredo personale del longobardo, questa società, rivelava il suo stato sociale. Anche dopo la morte, le armi, che non cessavano di caratterizzare questa comunità, venivano deposte con lui nella tomba, per attestare agli dei la sua condizione ed assicurargli così nell’al di là, l’onore dovuto di guerriero. Ma la guerra aveva anche il ruolo e l’importanza di un’attività economica, in quanto consentiva ad un piccolo popolo di vivere di bottino, prelievi, tributi, frutti della vittoria, senza occuparsi della produzione di beni agricoli ed artigianali. Questa era la società in cui vivevano le donne nelle“ farae,” unioni di famiglie imparentate da un comune progenitore che tra loro si stratificavano in tre differenti condizioni sociali: i liberi, o aremanni, che avevano il diritto di portare le armi ed esercitare la giustizia, i semiliberi, o aldii, addetti ai lavori pesanti ed infine gli schiavi. La famiglia longobarda, cellula di una società guerriera, era essenzialmente una società di uomini. Per comprendere, sul piano giuridico, la condizione della donna nella famiglia e nella società longobarda, bisognerebbe collocare il discorso sul piano cronologico, perché nel tempo, tra la conquista longobarda, all’editto di Rotari e durante il regno di Liutprando, la donna longobarda seppe emanciparsi fino a crearsi un modo di vita più libero, non certo pari alle donne romane che da tempo si erano liberate dalla potestà del marito ( manus ) Mentre il maschio libero si emancipava a dodici anni, l’età cioè di indossare le armi, la donna, che, invece di portare le armi, produceva figli, non diventava mai sui iuris, ma restava tutta la vita sotto la tutela (mundio), come eterna minorenne. La tutela apparteneva al padre o al fratello, se la donna era nubile; al marito, che l’aveva acquistato da un tutore precedente, se era sposata; ai parenti del marito, se era vedova o in mancanza, al re. Ad evitare dispersioni e commistioni, la proprietà familiare si trasmetteva solo in linea maschile. Le figlie avevano diritto solo ad una costituzione dotale, il faderfio, decisa ad arbitrio dal genitore, sulla quale rimanevano del resto operanti i diritti della famiglia di origine, che tornavano efficaci se, rimaste vedove, rientravano a vivere nella casa paterna.
Senza il consenso del tutore, non poteva donare beni mobili od immobili e non era nemmeno capace di succedere. Non era soggetto, ma oggetto del matrimonio, in quanto veniva dato al marito dal padre o dal fratello contro il pagamento del mefio. Se si sposava senza il consenso dei parenti, il marito doveva pagare una penale. La presenza in una famiglia di nubili e vedove, non limitava le capacità generative del capo famiglia. Era dato per normale e lecito che egli avesse rapporti normali e figli con le proprie ancelle. L’adulterio si considerava solo nel rapporto con le donne libere. I figli naturali generati con le proprie ancelle non erano considerati adulterini, (adulterini erano considerati solo i figli di padri ignoti, nati quindi dall’adulterio delle donne) essi godevano delle condizioni di libertà del padre, ed accanto ai figli legittimi, partecipavano sia pure per quote minori, alle aspettative sui beni familiari, addirittura in posizione di vantaggio sulle donne di casa, comprese le figlie legittime, rispetto alle quali avevano una posizione ereditaria più forte. Tutto ciò traeva origine dal fatto che bisognava assicurare una discendenza maschile più ampia e consistente da adibire come forze militari; le figlie naturali non avevano infatti, nessun ruolo sulla successione. La libertà sentimentale delle donne era rigorosamente contenuta nell’ambito della convenzione familiare e della classe sociale. Nell’ambito di questa, la donna viveva nel silenzio più assoluto, silenzio non solo proprio ma anche del pubblico verso di essa. Ma il silenzio non era l’unica prerogativa della donna longobarda nell’ambito della famiglia, ma di questo parleremo sul prossimo numero.
Gennaro Pennino
