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	<title>Associazione Culturale Generoso Simeone</title>
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		<title>L’enciclica “Caritas in veritate” e la questione ecologica.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 09:59:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Simeone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-214"></span>Caritas in veritate è la terza enciclica di Benedetto XVI ed è un’enciclica sociale. Essa si inserisce nella tradizione delle encicliche sociali che, nella loro fase moderna, siamo soliti far iniziare con la Rerum novarum di Leone XIII ed arriva dopo diciotto anni dall’ultima enciclica sociale, la Centesimus annus di Giovanni Paolo II. È quindi un documento di grande rilevanza che si confronta con uno scenario storico moderno profondamente trasformato, che può forse essere riassunto in alcune evidenze. La cosiddetta morte delle ideologie novecentesche ha visto – in realtà – affermarsi l’ideologia unica della tecnoscienza e del mercato. Negli ultimi decenni, la capacità di intervento e manipolazione del vivente tramite la tecnologia, ha assunto una potenzialità senza precedenti, che pone in discussione l’essenza stessa dell’identità umana. Se nel vecchio mondo dei blocchi politici contrapposti la tecnica &#8211; nella presunzione della sua neutralità &#8211; era asservita all’ideologia politica ora tende a emanciparsi da ogni ipoteca, nutrendo questo suo arbitrio con la cultura del relativismo nichilista.<br />
Un secondo elemento distingue l’epoca attuale: l’affermarsi della globalizzazione. L’omogeneizzazione economico-finaziaria sostenuta dalla rete informatica e telematica mondiale è un fenomeno che coinvolge trasversalmente la società, le culture, l’economia, l’ambiente che ne sono tutti radicalmente influenzati. La coerenza stessa delle relazioni internazionali è fortemente scossa: tra vocazioni multilaterali e volontà di potenza unilaterali si gioca il problema delle risorse energetiche, nuove forme di colonialismo e di sfruttamento in una logica geopolitica di pluralità continentali o di affermazione unilaterale occidentale. Un terzo elemento di mutamento riguarda le religioni. Se la secolarizzazione e il disincanto paiono sempre più protagonisti del sentire contemporaneo, le religioni sono tornate alla ribalta politica e sociale della scena pubblica mondiale. A questo fenomeno contraddittorio si contrappone un laicismo militante, sostanzialmente coincidente con il riduzionismo scientifico, che tende ad estromettere la religiosità dalla sfera pubblica. L’aspetto – in questa sede – che ci interessa rilevare dell’impegnativo testo ecumenico riguarda l’ambiente. In tal senso questa enciclica costituisce certamente un passo avanti nel riconoscimento dell’esistenza di una questione ecologica strettamente connessa a una questione antropologica, anche se permane non chiarito il rapporto di dipendenza fra uomo e natura. Non a caso si evoca il tema della sostenibilità ambientale criticando il sistema economico, ma si cela l’incoerenza dello sviluppo in sé – per definizione illimitato – rispetto a risorse finite, che è il cardine dell’inadeguatezza del modello liberal-capitalistico.<br />
La chiesa cattolica deve recuperare un ritardo riguardo all’approfondimento teologico in merito alla concezione della biosfera e della collocazione in essa dell’uomo; collocazione per esempio, chiara ed inequivocabile nelle forme di religiosità cosmoteandriche, così come nell’induismo, nel buddhismo. In effetti, tra le righe scritte dal pontefice resta irrisolta la questione se la natura è creata per l’uomo o se l’uomo e la natura sono il frutto di uno stesso disegno creativo a-temporale, non collocabile storicamente e tuttora presente ed in atto. Su questa via il rapporto tra cultura e natura si proporrebbe in termini di sacralizzazione dell’esistente, ponendo, di fatto, un proficuo dialogo con posizioni filosofiche ed epistemologiche genericamente identificabili nell’emanazionismo. Tutt’altra questione è quella dell’energia, di cui si affronta l’implicazione strutturale in un documento che tratta in modo approfondito di economia, criticando disuguaglianze e rapporti di forza inerenti suscitati dalla competizione capitalistica. Chi oggi usa petrolio, carbone, gas e uranio, ovviamente li usa solo per sé negandone per sempre l’uso ad altri uomini contemporanei ed alle generazioni future. Usare energie rinnovabili, non le toglie all’utilizzo di altri, né nel presente, né nel futuro. Questa è l’unica strada per coniugare carità e verità, privilegiando la centralità dell’uomo rispetto al profitto. In questa enciclica, sebbene con la cautela che caratterizza il pensiero e il linguaggio pastorale, è contenuta una dura accusa ad una economia senza regole morali, finalizzata solo al profitto, che ha marginalizzato i diritti fondamentali alla sicurezza, alla salute, al lavoro, minando per tanti la possibilità di condurre una vita dignitosa, che nella sobrietà risulti immune dalla mercificazione e lo svilimento consumistico. Di fronte ad una economia scivolata nell’egoismo, nell’avidità, nella competizione individualistica, l’auspicio per una radicale riforma dei dettami economici in chiave umanistica e solidaristica ci sembra rilevante, pur mancando nel declinare forme di partecipazione e cogestione quel superamento comunitario, di fatto, della scissione del mondo del lavoro causata dallo stesso liberal-capitalismo. Così come una critica all’utilitarismo dell’economicismo non si può sottrarre dalle tesi della decrescita. Quest’ultima è un’idea che si basa sulla constatazione di fatto che lo sviluppo produttivo non può essere eterno. Essa individua due problematiche fondamentali: la prima riguarda lo stato di salute del pianeta ed in particolare il surriscaldamento dell’atmosfera, con le annesse catastrofi naturali sempre più gravi e frequenti. Il secondo grande problema è il progressivo esaurimento delle materie prime presenti sul nostro pianeta, soggetto all’intenso sfruttamento di due secoli di industrializzazione, e, soprattutto, della principale risorsa energetica disponibile, il petrolio. Pertanto quello della decrescita è un pensiero che si pone in termini critici di fronte alla modernità ed al paradigma dello sviluppo ad ogni costo, laddove spesso non se ne riconoscono i limiti e le conseguenze altamente negative che ne possono derivare. La decrescita non è comunque da intendere come una regressione in una edenica arcadia antistorica, priva di tecnica e società. Serge Latouche, che ne è un teorizzatore di riferimento, la presenta efficacemente quando sostiene che si tratta di un problema di mentalità: il suo fine è “decolonizzare l’immaginario occidentale”, uscendo dal dogma ideologico dello sviluppo illimitato.<br />
Relativamente alle fonti energetiche, la Chiesa in passato si era espressa favorevolmente sul nucleare. In questo testo si mantiene una equivoca reticenza, quando è la stessa non rinnovabilità che rende impossibile la condivisione con le generazioni future di una forma energetica. Il nucleare provoca l’illimitatezza innaturale, subordina l’economia al profitto e al rischio. Per una energia utilizzata oggi lasciamo alle generazioni future un´eredità avvelenata, di scorie da gestire per decine di migliaia di anni, senza neanche sapere indicare come conservarle; in questo non c’è proprio nulla di etico, neanche in senso antropocentrico, senza vederla in chiave esclusivamente biocentrica.<br />
Altro tema colpevolmente taciuto è quello demografico. Questione ovviamente spinosa, su cui gli elementi di principio possono creare distanze significative con la sensibilità ecologista, ma proprio per questo sarebbe importante riconoscere l’esistenza del problema che va approfondito da entrambe le parti. È ovvio che se si vuole mantenere la vita sul nostro pianeta non si può prescindere da una futura stabilizzazione demografica, alla quale si deve tuttavia giungere non come atto di razionalizzazione tecnocratica ed egoismo, di negazione dell’accoglienza della nuova vita che nasce, ma come atto di responsabilità verso le generazioni future e tutte le creature viventi che con noi condividono le risorse limitate del nostro pianeta. Esiste sicuramente un punto di equilibrio tra gli opposti integralismi che vedono l’uomo padrone della Natura (su mandato laico o divino che sia) oppure come un intruso nel cosmo da sopprimere in nome di una misantropica nevrosi apocalittica. Percorrere questa via mediana significa trovare il giusto quadro di civiltà che riconcili la cultura con la Natura. La modernità ha “disincantato” il mondo, ha svuotato la natura di tutto ciò che in precedenza le si attribuiva di sacro. Di tale opera si rintraccia causa nella declinazione dualistica del monoteismo, ma che si è attualmente esplicata dalla svolta cartesiana e della rivoluzione scientifica razionalista, che ha trasformato il mondo in oggetto inerte alla mercé della volontà di manipolazione umana. Tra il mondo- oggetto e l’uomo-soggetto si è quindi venuto a creare un drammatico dualismo che ha legittimato tutte le forme di imposizione e dissipazione dell’ambiente naturale. La visione lineare e deterministica della storia umana si è sostituita alla concezione ciclica degli Antichi, distruggendo le culture tradizionali con il “progressismo”. Se l’uomo tradizionale divorava il tempo con il rito, lasciando inalterato lo spazio, l’uomo moderno distrugge lo spazio, divorato dal divenire del tempo, dalla frenesia del futuro. In questo senso, l’ecologia appare incontestabilmente come la riappropriazione di una sensibilità e una prospettiva culturale diversa da quelle che hanno dominato in questi ultimi secoli, con implicazioni al contempo filosofiche e morali concernenti il rapporto dell’uomo con la Natura: rapporto di dominio o di co-appartenenza, di predazione o di empatica connivenza.</p>
<p> <a href="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/07/natura.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-215" title="natura" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/07/natura-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
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		<title>Anni di piombo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 10:36:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Simeone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da Epicentrobenevento.it
Il Comune di Salerno dedica un monumento a Carlo Falvella, il giovane missino ucciso il 7 luglio del 1972 da un anarchico .
Salerno 6 luglio 2010 &#8211; Con l&#8217;inaugurazione di un monumento alla sua memoria, domani il Comune di Salerno, guidato da Vincenzo De Luca, capo dell&#8217;opposizione di centrosinistra in Consiglio regionale della Campania, ricorderà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">da Epicentrobenevento.it</p>
<p style="text-align: left;">Il Comune di Salerno dedica un monumento a Carlo Falvella, il giovane missino ucciso il 7 luglio del 1972 da un anarchico .</p>
<div id="attachment_212" class="wp-caption alignleft" style="width: 99px"><a href="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/07/Falvella.jpg"><img class="size-full wp-image-212" title="Falvella" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/07/Falvella.jpg" alt="" width="89" height="120" /></a><p class="wp-caption-text">Falvella Carlo</p></div>
<p style="text-align: left;">Salerno 6 luglio 2010 &#8211; Con l&#8217;inaugurazione di un monumento alla sua memoria, domani il Comune di Salerno, guidato da Vincenzo De Luca, capo dell&#8217;opposizione di centrosinistra in Consiglio regionale della Campania, ricorderà Carlo Falvella, il giovane aderente al Fronte della Gioventù ucciso nel capoluogo salernitano il 7 luglio del 1972 dall&#8217;anarchico Giovanni Martini.<br />
L&#8217;uccisione di Falvella maturò &#8211; riporta una nota &#8211; nell&#8217;ambito del clima di contrapposizione sociale, politica e ideologica che sfocio poi nei cosiddetti anni di piombo.<br />
L&#8217;inaugurazione, è scritto in una nota del Comune di Salerno, intende commemorare una giovane vita stroncata e anche lanciare un monito, come riporta la lapide, &#8216;affinche&#8217; la passione politica non degeneri mai nella violenza&#8217;.<br />
A ricordare Falvella, domani, ci saranno anche i giovani del PdL, riuniti sotto la sigla della Giovane Italia, i quali renderanno omaggio al giovane salernitano con un corteo che partirà da piazza Portanova, alle ore 11, per arrivare a via Velia, dove avvenne l&#8217;omicidio, dopo circa mezz&#8217;ora.<br />
Abbiamo deciso di prendere parte alle manifestazioni che si terranno in mattinata per due motivi &#8211; scrivono in una nota i giovani del PdL &#8211; sia perchè saranno presenti i parenti di Carlo, che fortemente hanno voluto la nostra presenza, sia perchè dopo anni di battaglie da parte di chi ci ha preceduto, l&#8217;amministrazione cittadina ha finalmente riconosciuto a Carlo un piccolo monumento alla memoria&#8217;.<br />
&#8216;Un riconoscimento molto tardivo&#8217;, evidenzia la Giovane Italia di Salerno, &#8216;forse troppo, a cui comunque ci sentiamo di prendere parte, sperando che del 7 luglio si voglia fare davvero un giorno condiviso, sottraendolo alle strumentalizzazioni.</p>
<p><a class="a2a_dd addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save?linkurl=http%3A%2F%2Fwww.associazionesimeone.it%2F2010%2F07%2Fanni-di-piombo%2F&amp;linkname=Anni%20di%20piombo"><img src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share/Bookmark"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Giù le mani dalla Colonia</title>
		<link>http://www.associazionesimeone.it/2010/06/208/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 07:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Mastrangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[La presidente dell’associazione culturale ”Generoso Simeone”, Marina Simeone, comunica che è stata inviata a Ministero per i Beni e le Attività Culturali, prefetto di Benevento, presidente della Giunta Regionale della Campania, e per conoscenza, all&#8217;Istituto Nazionale Urbanistica e al Centro Studi Architettura Razionalista una richiesta di tutela della colonia Elioterapica di Benevento.

Per l&#8217;associazione &#8220;L’Amministrazione Comunale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="La Colonia Eliotearapica di Benevento" src="http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/small/6727472.jpg" alt="" width="240" height="180" />La presidente dell’associazione culturale ”Generoso Simeone”, Marina Simeone, comunica che è stata inviata a Ministero per i Beni e le Attività Culturali, prefetto di Benevento, presidente della Giunta Regionale della Campania, e per conoscenza, all&#8217;Istituto Nazionale Urbanistica e al Centro Studi Architettura Razionalista una richiesta di tutela della colonia Elioterapica di Benevento.</p>
<p><span id="more-208"></span></p>
<p>Per l&#8217;associazione &#8220;L’Amministrazione Comunale di Benevento in questi giorni ha annunciato l’approvazione di un progetto di &#8216;riqualificazione della Colonia Elioterapica&#8217;, per circa 5.500.000 di euro, da finanziarsi con fondi del POR Campania 2007-2013. Dal comunicato stampa del Comune emerge che l’intervento prevede &#8216;la ristrutturazione funzionale della palazzina adibita a palestra, la completa riqualificazione dei locali per i servizi, la messa a norma di tutti gli impianti, la riqualificazione degli spazi esterni scoperti e la realizzazione di una struttura di circa 180 metri quadrati, adibita a servizi, ricavata lungo Via Grimoaldo Re a ridosso del dislivello stradale, dove la copertura, che si trova a quota strada, sarà adibita a parcheggio per biciclette. Infine saranno realizzate discese sul fiume, a mezzo scale, e la realizzazione di passerelle ciclopedonali&#8217; &#8220;.</p>
<p>&#8220;Tale descrizione &#8211; sostiene l&#8217;associazione &#8211; solleva numerosi dubbi e perplessità in merito alle necessarie cautele progettuali che soprattutto la Pubblica Amministrazione avrebbe avuto il dovere di adottare nell’intervenire su di uno dei più importanti episodi dell’architettura razionalista ancora presenti nella Città, anche in relazione a ciò che il complesso rappresenta in termini di trasmissione del patrimonio storico e documentale dell’epoca di costruzione.</p>
<p>La città di Benevento, purtroppo, ha già subito e subisce sistematicamente la cancellazione di importanti opere architettoniche del recente passato. La piazza della Rivoluzione (oggi Piazza Risorgimento) progettata nel 1932 dall’Architetto Luigi Piccinato, oggi è monca dell’edificio della ex GIL (Gioventù Italiana del Littorio), demolito negli anni &#8216;60 per far posto all&#8217;attuale palazzo della Banca d&#8217;Italia, oggi trasferita. Il Palazzo delle Poste realizzato anch’esso nel 1932 su progetto di Angiolo Mazzoni ha perso tutti i pregevoli arredi interni, in forza di una dissennata &#8216;rifunzionalizazione&#8217; e presenta delle ferite, più che evidenti, che non vengono risanate da anni. La scuola Mazzini, sempre in Piazza Risorgimento, realizzata nel 1936 su progetto di Frediano Frediani, è continuamente vandalizzata da scritte di vario genere senza che alcuno ponga rimedio.</p>
<p>Questa Associazione ha già dovuto prendere atto della scarsa sensibilità dell’Amministrazione in carica verso l’architettura razionalista in occasione della predisposizione del Piano Urbanistico Comunale (PUC), nella misura in cui non sembra siano stati sufficientemente tutelati e valorizzati gli edifici storici e l’urbanistica di impianto del Rione Libertà&#8221;.</p>
<p>Tanto premesso, conclude l&#8217;associazione Generoso Simeone  &#8220;ritenuto che il complesso della Colonia Elioterapica sia un bene culturale di fondamentale interesse per la collettività, per ciò che rappresenta in termini sia architettonici che storici, si invitano le autorità in indirizzo a porre in essere quanto di loro competenza per scongiurare l’attuazione di qualsiasi ipotesi di intervento che vada a discostarsi da quanto espressamente previsto dalla normativa vigente in tema di tutela e valorizzazione dei beni culturali&#8221;.</p>
<p><a class="a2a_dd addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save?linkurl=http%3A%2F%2Fwww.associazionesimeone.it%2F2010%2F06%2F208%2F&amp;linkname=Gi%C3%B9%20le%20mani%20dalla%20Colonia"><img src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share/Bookmark"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sfaldamento delle parole</title>
		<link>http://www.associazionesimeone.it/2010/06/sfaldamento-delle-parole/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 03:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Julius EvolaCentro Studi La Runa
Uno dei segni del fatto, che il corso della storia ha rappresentato, fuor dal piano puramente materiale, tutt’altro che un progresso, è dato dalla povertà delle lingue moderne rispetto a molte lingue antiche. Non vi è una delle cosidette “lingue vive” occidentali che, per organicità, articolazione e plasticità regga il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Julius Evola<br />Centro Studi La Runa
<p>Uno dei segni del fatto, che il corso della storia ha rappresentato, fuor dal piano puramente materiale, tutt’altro che un progresso, è dato dalla povertà delle lingue moderne rispetto a molte lingue antiche. Non vi è una delle cosidette “lingue vive” occidentali che, per organicità, articolazione e plasticità regga il confronto, ad esempio, col latino antico o col sanscrito. Fra le lingue di ceppo europeo, forse il solo tedesco ha conservato qualcosa della struttura arcaica (ed è per questo che la lingua europea ha fama di essere “così difficile”), mentre la lingua inglese e quella dei popoli scandinavi hanno parimenti subito un processo di erosione e di appiattimento. In genere, si può dire che le lingue antiche cui accenniamo erano tridimensionali mentre quelle moderne sono bidimensionali. Il tempo ha agito anche qui in senso corrosivo; ha reso “pratiche” e “fluide” le parlantine a scapito, appunto, dell’organicità. È, questo, un riflesso di quanto si è verificato in molti altri domini della cultura e dell’esistenza.
<p>Anche le parole hanno una loro storia e spesso il mutamento subito dai loro contenuti è un interessante indice barometrico di corrispondenti mutamenti della sensibilità generale e della visione del mondo. In particolare, sarebbe interessante fare un confronto fra il significato che alcune parole ebbero nell’antica lingua latina e quello che è proprio a termini corrispondenti, rimasti quasi uguali, della lingua italiana e anche spesso di altre lingue romanze. In genere, si può osservare una caduta di livello. Il senso più antico o è andato perduto, o sopravvive in forma residuale in qualche particolare eccezione o locuzione, senza più corrispondere a quello ormai generale e prevalente, o, ancora, appare del tutto distorto e di frequente banalizzato. Indicheremo qualche esempio.
<p>Il caso più tipico e noto è forse costituito dalla parola <strong><i>virtus</i></strong>. La “virtù” in senso moderno non ha quasi nulla a che fare con la antica <em>virtus</em>. <em>Virtus </em>significava forza d’animo, coraggio, prodezza, saldezza virile. Si legava a <em>vir</em>, termine designante l’uomo come veramente tale, non come uomo in senso generico e naturalistico. La stessa parola nella lingua moderna ha assunto, invece, un senso essenzialmente moralistico, spessissimo associato a pregiudizi sessuali, tanto che riferendosi ad esso Vilfredo Pareto ha coniato il termine “virtuismo” per designare la morale puritana e sessuofoba borghese. In genere dicendo “persona virtuosa” oggi si pensa a cosa ben diversa da quel che, con una reiterazione assai efficace, potevano significare, ad esempio, espressioni come questa: <em>vir virtute praeditus</em>. E la differenza non di rado può trasformarsi quasi in una antitesi. Infatti un animo saldo, fiero, intrepido, eroico è il contrario di ciò che significa una persona virtuosa nel senso moralistico e conformistico moderno.</p>
<p><span id="more-207"></span>
<p>Il senso di <em>virtus</em> come forza efficiente si è mantenuto soltanto in certe locuzioni particolari moderne: la “virtù” di una pianta o di medicamento, in “virtù” di questa o quella cosa.
<p><em><b>Honestus</b></em><strong>.</strong> Connesso con l’idea di <em>honos</em>, questo termine anticamente ebbe il significato prevalente di onorevole, nobile, di nobile rango. Che cosa, di ciò, si conserva nel termine moderno corrispondente? “Onesta” è la persona dabbene della società borghese, quella che non compie proprio cattive azioni. L’espressione “nato da onesti genitori” oggi ha perfino una sfumatura quasi ironica, mentre nella Roma antica era la designazione precisa di una nobiltà di nascita, cui spesso corrispondeva anche una nobiltà biologica. <em>Vir honestia facie </em>significava, infatti, uomo di prestante aspetto, allo stesso modo che nell’antica lingua sanscrita il termine <em>arya </em>comprendeva sia il senso di una persona degna di onore, sia quello di una nobiltà tanto interiore quanto del tipo somatico.
<p><em><b>Gentilis, gentilitas</b></em><strong>.</strong> Oggi ognuno pensa alla persona cortese, affabile, di buone maniere. Il termine antico rimandava invece al concetto di <em>gens</em>, di stirpe, di razza, casta o lignaggio. Era “gentile”, romanamente, chi aveva le qualità che derivano da un lignaggio e da un sangue differenziato, le quali solo per riflesso possono determinare eventualmente un contegno di distaccata cortesia, cosa diversa dalle “maniere” che anche il parvenu può far proprie studiandosi il galateo – e diversa, anche, dalla vaga nozione moderna della gentilezza. E’ così che oggi pochi possono capire il senso pieno e più profondo di espressioni come “spirito gentile” e simili, rimaste come isolati prolungamenti in scrittori di altri tempi.
<p><em><b>Genialitas</b></em><strong>.</strong> Chi è “geniale”, oggi? Un tipo prevalentemente individualistico, ricco di trovate originali, estroso. Come limite, si ha il genio nel campo artistico, il culto feticistico tributato al quale nella civiltà umanistica e borghese è noto, tanto che il genio, più che non l’eroe, l’asceta o l’aristocrate, è stato spesso considerato, in tale civiltà, come il più alto tipo umano. Il termine latino <em>genialis </em>allude invece a qualcosa di ben poco individualistico e “umanistico”. Esso deriva dalla parola <em>genius</em>, la quale originariamente designò la forza formatrice e generatrice interna, spirituale e mistica, di una data gente o di un dato sangue. Non è dunque azzardato affermare che le qualità geniali nel senso antico ebbero una certa relazione con quelle che, nell’accezione più alta, si possono dire appunto di “razza”. In opposto alla significazione moderna, l’elemento geniale si distingue da quello individualistico e arbitrario; si lega ad una radice profonda, obbedisce ad una necessità interiore per una aderenza più superpersonali di un sangue e di una gente, a quelle forze a cui, in ogni senso gentilizio, si connetteva, come è noto, anche una tradizione sacrale.
<p><em><b>Pietas</b></em><strong>.</strong> Non occorre dire che cosa significhi oggi una “persona pietosa”. Si pensa ad un atteggiamento sentimentale più o meno umanitario, sensitivo – e “pietoso” è quasi sinonimo di compassionevole. Nell’antica lingua latina la <em>pietas</em> apparteneva invece al dominio del sacro, designava lo speciale rapporto in cui l’uomo romano stava con le divinità in primo luogo, poi con altre realtà legate al modo della Tradizione, compreso lo stesso Stato. Di fronte agli dèi, si trattava di un atteggiamento di calma, dignitosa venerazione: sentimento di appartenenza e, nel contempo, di rispetto, di memore riferimento, anche di dovere e di adesione, come potenziamento dello stesso sentimento suscitato dalla figura severa del <em>pater familias </em>(donde la <em>pietas filialis</em>). Come si è accennato, la <em>pietas </em>poteva manifestarsi anche nel campo politico: <em>pietas in patriam </em>significava fedeltà e dovere rispetto allo Stato e alla patria. In alcuni casi, la parola in quistione ammette anche il significato di <em>iustitia</em>. Colui che non conosce la <em>pietas </em>è anche l’ingiusto, quasi l’empio, è colui che disconosce il luogo che gli è proprio e che deve mantenere in un ordine superiore, divino e umano ad un tempo.
<p><em><b>Innocentia</b></em><strong>.</strong> Anche questa parola evocava idee di chiarezza e diforza, nell’uso prevalente nell’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica"><b>antichità</b></a> essa esprimeva la purezza d’animo, l’integrità, il disinteresse, la rettitudine. Non si esauriva nel significato negativo di non essere colpevole. Da essa esulava la sfumatura di banalità che oggi presenta l’espressione “spirito innocente”, sinonimo, quasi, di sempliciotto. In altre lingue romaniche, come nel francese, lo stesso termine, <em>innocent</em>, finisce con l’essere anche la designazione degli idioti (!!!), degli spiriti sfasati per nascita, deboli di mente e come stupefatti.
<p><em><b>Patientia</b></em><strong>.</strong> Il significato moderno, rispetto a quello antico, accusa di nuovo uno smussamento e un depotenziamento. Oggi viene detto paziente chi non si arrabbia, chi non si irrita, chi tollera. Nella lingua latina la <em>patientia </em>designava una delle “virtù” primarie dell’uomo romano: comprendeva l’idea di una forza interna, di una incrollabilità, alludeva alla capacità di tener fermo, di aver l’animo non turbato di fronte a qualsiasi rovescio e a qualsiasi avversità. Per questo fu detto esser prorio, alla razza di Roma, il potere sia di compiere grandi cose, sia di “patire” vicende avverse di non minore entità (cfr. il noto detto di Livio: <em>et facere et pati fortia romanum est</em>). Il significato moderno risulta invece, rispetto all’altro, completamente innacquato. Come esempio di una natura tipicamente paziente viene indicato l’asino.
<p><em><b>Humilitas</b></em><strong>.</strong> Con la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione"><b>religione</b></a> venuta a predominare in Occidente l’umiltà è divenuta una ‘virtù’ in un senso poco romano, glorificata in opposto a quella tenuta di forza, di dignità, di calma consapevolezza, di cui si è detto più sopra. In Roma antica essa significò proprio il contrario di ogni <em>virtus</em>. Volle dire bassezza, spregevolezza, bassa condizione, abiezione, viltà, disonore – per cui, ad esempio potè dirsi che all’«umiltà» è da preferire la morte o l’esilio: <em>humilitati vel exilium vel mortem anteponenda esse</em>. Frequenti sono associazioni di idee, come <em>mens humilis et prava</em>, cioè mente bassa e malvagia. L’espressione <em>humilitas causam dicentium </em>si riferisce alla condizione di inferiorità e di colpa di coloro che sono portati dinanzi ad un tribunale. Anche qui s’incontra una interferenza con l’idea di razza o casta: <em>humilis parentis natus </em>significava essere nato dal popolo in senso dispregiativo, plebeo, in opposto alla nascita gentilizia, dunque con una sensibile divergenza rispetto al senso moderno di «umile condizione», specie considerando che oggi il criterio quasi esclusivo delle posizioni sociali è quello economico. In ogni caso, ad un Romano del buon tempo antico non sarebbe mai venuto in mente di concepire l’<em>humilitas</em> come una virtù, fino a trar vanto da essa e a predicarla. Quanto a certa «morale dell’umiltà», si potrebbe ricordare il rilievo di un imperatore romano, ossia che nulla vi è di più deprecabile dell’orgoglio di coloro che si dicono umili – senza che con questo si voglia dar valore, però, alla presunzione e all’arroganza.
<p><em><b>Ingenium</b></em><strong>.</strong> Solo in parte il significato antico si è conservato nella parola moderna, ed è, di nuovo, il suo aspetto meno interessante. <em>Ingenium </em>nell’antica lingua latina indicava anche la perspicacia, l’acutezza di mente, la sagacia, l’avvedutezza – ma, in pari tempo, la parola rimandava al carattere, a ciò che in ognuno è organico, innato, veramente proprio. <em>Vana ingenia </em>poté, dunque, significare persone senza carattere; <em>redire ad ingenium </em>poté dire tornare alla propria natura, ad un modo di vita conforme a quel che veramente si è. Questo più importante significato è andato perduto nella parola moderna, a tal segno da dar luogo quasi ad una antitesi. Infatti se l’ingegno lo si intende in senso intellettualistico e dialettico, si ha qualcosa di evidentemente opposto al secondo significato incluso nel termine antico, che rimanda al carattere, ad uno stile conforme alla propria natura; è superficialità di contro a organicità, è moto irrequieto, brillante e inventivo della mente contro ad un rigoroso stile di pensiero aderente al proprio carattere.
<p><em><b>Servitium</b></em><strong>.</strong> Il verbo <em>servio</em>, servire in latino ha anche il significato positivo di essere fedeli. Prevale però il significato negativo di essere servi; è quest’ultimo, in ogni caso, che sta alla base dell’altra parola, <em>servitium</em>, la quale indicava appunto la schiavitù, il servaggio, perché derivata da <em>servus </em>= schiavo. Nei tempi moderni la parola “servire” si è sempre più diffusa perdendo questa sfumatura negativa e avvilente, al punto che nei popoli soprattutto anglosassoni del “servizio sociale” si è potuto fare quasi l’oggetto di un’etica, dell’unica etica veramente moderna. E come non si è sentito l’assurdo di parlare di “lavoratori intellettuali”, del pari nel sovrano si poté vedere “il primo servitore della nazione”.
<p>Anche a tale riguardo, è opportuno rilevare che, come i Romani non ci si presentano per nulla come una razza di “oziosi”, del pari essi ci offrono i più alti esempi di lealismo politico, di fedeltà allo Stato e ai capi. Ma il tono è assai diverso. La trasformazione dell’anima delle parole non è casuale. Che parole, come <em>labor</em>, <em>servitium</em>, <em>otium</em>, si siano imposte nell’uso corrente secondo il loro significato moderno, ciò è un indice sottile, ma eloquente, di uno spostamento di prospettive avvenuto non di certo nella direzione di vocazioni virili, aristocratiche, qualitative.
<p><em><b><a href="http://www.libriefilm.com/miti-e-misteri/6844"></a></b></em>
<p><b><i><a href="http://www.libriefilm.com/miti-e-misteri/6844"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; border-top: 0px; margin-right: auto; border-right: 0px" title="clip_image001" border="0" alt="clip_image001" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image0011.jpg" width="166" height="244"></a></i></b>
<p><em><b>Stipendium</b></em><strong>.</strong> Occorre appena dire che cosa oggi significhi “stipendio”. Si pensa subito ad un impiegato, alla burocrazia, al famoso 27 del mese degli statali. Nella Roma antica il termine si riferiva invece quasi esclusivamente all’esercito. <em>Stipendium merere </em>significava militare, stare agli ordini dell’uno o dell’altro capo o condottiero. <em>Emeritis stipendis </em>significava: dopo aver compiuto il servizio militare. <em>Homo nullius stipendii </em>era colui che non aveva conosciuto la disciplina delle armi. <em>Stipendis multa habere </em>voleva dire poter vantare molte campagne, molte imprese di guerra. Anche qui, la differenza è di non poco momento.
<p>Il significato completo di altre parole latine, come <em><b>studium </b></em>e <em><b>studiosus</b></em>, oggi non si mantiene più che in certe locuzioni speciali, come ad esempio “fare con studio”, intendendosi a bella posta o con una certa applicazione. Nel termine latino era presente l’idea di una intensività, di un calore, di un interesse vissuto, che nella parola moderna si è offuscato, perché da questa si è portati a pensare soprattutto a discipline intellettuali o scolastiche più o meno aride. <em>Studium </em>latinamente poteva dire perfino amore, desiderio, inclinazione viva. <em>In re studium ponere</em> significava prendere a cuore una cosa, interessarsene vivamente e attivamente. <em>Studium bellandi </em>voleva dire il piacere, l’amore del combattere. <em>Homo agendi studiosus </em>era colui che ama l’azione – riprendendo quel che si è detto circa <em>labor</em>, era l’antitesi di colui pel quale l’azione può significare soltanto “lavoro”. Che si può pensare, poi, oggi, di una espressione come <em>studiosi Caesaris</em>? Essa non voleva dire coloro che studiano Cesare, bensì coloro che lo seguono, che lo ammirano, che ne prendono le parti, che gli sono affezionati e fedeli.
<p>Altre parole l’antico senso delle quali è andato perduto sono, ad esempio, <em><b>docilitas</b></em>, che non voleva dire docilità ma soprattutto buona disposizione o capacità di apprendere, di far proprio un insegnamento o principio; poi <em><b>ingenuus</b></em>, che non significava affatto “ingenuo” bensì uomo nato libeo, di condizione non servile. Che, latinamente, <em><b>humanitas </b></em>non significasse “umanità” nel senso democratico e sfaldato di oggi bensì cultura di sé, pienezza di vita e di esperienza – e ciò, originariamente, nemmeno in un senso “umanistico” all’Humboldt – è cosa più o meno risaputa. Un altro esempio non privo d’importanza: <em><b>certus</b></em>. Nell’antica lingua latina la nozione di certezza, di cosa certa, stava frequentemente in relazione con quella di una determinazione consapevole. <em>Certum est mihi </em>vuol dire: è mia ferma volontà. <em>Certus gladio</em> è colui che può affidarsi alla propria spada, che è sicuro di sapersene servire. Nota è la formula <em>diebus certis</em>, che non vuol dire “nei giorni certi” ma nei giorni fissati, stabiliti. Ciò potrebbe dare uno spunto per considerazioni circa una speciale concezione della certezza: concezione attiva, che la fa dipendere da ciò che rientr nel nostro potere determinante. In una certa misura, <a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giambattista-vico"><b>Gian Battista Vico</b></a> nello stesso spirito enunciò la formula <em>verum et factum converturtur</em> – ma su tale via si doveva finire nelle divagazioni proprie al cosidetto “idealismo assoluto” neo-hegeliano. Porremo fine a queste osservazioni considerando il contenuto originario di tre antiche nozioni romane, quelle di <em>fatum</em>, <em>felicitas </em>e <em>fortuna</em>.
<p><em><b>Fatum</b></em><strong>.</strong> Secondo l’accezione moderna più corrente il “fato” è una potenza cieca che incombe sugli uomini, che ad essi s’impone facendo si che si realizzi quel che essi meno vogliono, spingendoli eventualmente verso la tragedia e la sventura. Da qui il termine “fatalismo”, antitesi di ogni atteggiamento di libera, efficace iniziativa. Secondo la visione fatalistica del mondo il singolo non è nulla, la sua azione, malgrado ogni parvenza di libero arbitrio, o è predestinata, o è vana, e gli avvenimenti si svolgono obbedendo ad una obbedienza o ad una legge che lo trascende e che non lo tiene in alcun conto. “Fatale” è un aggettivo che, prevalentemente, ha un significato negativo: esito “fatale”, un incidente “fatale”, “l’ora fatale della morte”, e via dicendo.
<p>Secondo la concezione antica, il <em>fatum </em>corrispondeva invece essenzialmente alla legge dello sviluppo del mondo, legge che, a sua volta, non veniva pensata cieca, irrazionale e automatica – “fatale” nel senso moderno – bensì come piena di senso e come procedente da una volontà intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche. Il <em>fatum</em> romano rimandava, come il <em>*rta</em> <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei"><b>indoeuropeo</b></a>, alla nozione del mondo come cosmos e ordine, in particolare a quella della storia come uno sviluppo di cause e di eventi riflettente significati superiori. Le stesse Moirai della Tradizione ellenica, benché presentassero alcuni aspetti malefici e “inferi” (che risentivano di culti pre-ellenici e pre-indoeuropei), appaiono spesso come personificazioni della legge intelligente e giusta che presiede al governo dell’Universo, in certe sue estrinsecazioni.
<p>Però è soprattutto a Roma che la nozione di <em>fatum</em> acquista un particolare risalto. Ciò pel fatto che la civiltà romana, fra tutte quelle a carattere tradizionale e sacrale, si concentrò particolarmente sul piano dell’azione e della realtà storica. Perciò ad essa importò meno il conoscere l’ordine cosmico come una legge supertemporale e metafisica, che il conoscerlo come forza in atto nella realtà, come volere divino ordinatore di avvenimenti. Al che, romanamente, si collegava appunto il <em>fatum</em>. L’espressione viene dal verbo <em>fari</em>, dal quale deriva anche la parola <em>fas</em>, il diritto come legge divina. Così <em>fatum </em>allude alla “parola” – s’intende: alla parola rivelata, soprattutto a quella delle divinità olimpiche che dà a conoscere la norma giusta (<em>fas</em>) così come annuncia ciò che sta per avvenire. In relazione a questo secondo aspetto gli oracoli, nei quali un’arte speciale tradizionale cercava di cogliere in germe quel che corrispondeva a situazioni in via di realizzarsi, si chiamavano anche <em>fata</em>; erano, quasi, la parola rivelata della divinità.
<p>Ciò premesso, per l’insieme che ora stiamo considerando devesi tener presente un rapporto dell’uomo con l’ordine generale del mondo che in Roma antica e nelle civiltà tradizionali in genere era assai diverso da quello che doveva successivamente predominare. Se l’idea di una legge universale e di un volere divino non annullavano la nozione della libertà umana, pure fu costante preoccupazione dell’uomo antico formare la sua azione e la sua vita in modo che esse continuassero l’ordine generale, rappresentassero, per così dire, un prolungamento o un ulteriore sviluppo di esso. Partendo dalla <em>pietas</em>, ossia, romanamente, dal riconoscimento e dalla venerazione delle forze divine, ci si pone come compito il presentire la direzione di queste forze divine nella storia in modo da potervi accordare opportunamente l’azione, tanto da renderla massimamente efficace e piena di significato. Da qui la parte importantissima che nel mondo romano, fin nel dominio della cosa pubblica e dell’arte militare, ebbero l’oracolo e l’auspicio. Fu ferma persuasione del Romano che le peggiori sciagure, comprese le disfatte militari, non fossero tanto dipese da errori, debolezze o deviazioni umane quanto dall’aver trascurato gli auspici, cioè riportando la cosa alla sua essenza, dell’aver agito disordinatamente e arbitrariamente, seguendo meri criteri umani, rompendo i contatti col mondo superiore (romanamente, ciò voleva dire aver agito senza <em>religio</em>, cioè senza collegamento), senza tener conto delle “direzioni di efficacia” e del “momento giusto” condizionanti un’azione “felice”. Si noti che la <em>fortuna </em>e la <em>felicitas </em>in Roma antica spesso appaiono soltanto come l’altra faccia di fatum, come la sua faccia propriamente positiva.. L’uomo, il capo o il popolo che usano la loro libertà per agire in aderenza con le forze divine delle cose, hanno successo, riescono, trionfano – e questo voleva dire, anticamente, essere “fortunato” ed essere “felice” (tale senso si è conservato in locuzioni, come “un’iniziativa felice”, una “mossa felice”, ecc.). Uno storico moderno, Franz Altheim, ha creduto di poter riconoscere in questo atteggiamento la causa effettiva della grandezza romana.
<p>Per chiarire ulteriormente i rapporti fra “fato” e azione umana ci si può riferire alla tecnica moderna. Esistono certe leggi delle cose e dei fenomeni, che possono essere conosciute o ignorate, di cui si può tenere o non tenere conto. Di fronte ad esse l’uomo, in fondo, resta libero. Egli può anche agire in modo contrario a quel che tali leggi consiglierebbero, tanto da vedere la sua azione fallire ovvero tanto da raggiungere lo scopo solo con un grande sperpero di energie e superando ogni specie di difficoltà. La tecnica moderna corrisponde all’opposta possibilità; si cerca di conoscere il meglio possibile le leggi delle cose per poterle sfruttare e far sì che esse indichino la linea della minore resistenza e della maggiore efficacia per la realizzazione di un dato fine.
<p>Non altrimenti stanno le cose su un piano in cui non si tratta più di leggi della materia ma di forze spirituali e “divine”. L’uomo antico riteneva cosa essenziale conoscere o, almeno, presentire tali forze, tanto da potersi formare un concetto delle condizioni propizie per una data azione e eventualmente di ciò che doveva fare o non doveva fare. Sfidare il fato, ad ergersi contro il fato, per lui non era cosa “prometeica” nel senso romantico esaltato dai moderni, ma semplicemente sciocca. Empietà (che vuol dire il contrario della <em>pietas</em>, ossia l’esser privo di <em>religio</em>, di “collegamento” e della comprensione rispettosa dell’ordine cosmico) per l’uomo antico era più o meno stupidità, infantilità, fatuità. Il paragone con la tecnica moderna è difettoso in un sol punto: pel fatto che le leggi della realtà storica non si presentavano come disanimatamente “oggettive”, affatto staccate dall’uomo e dalle sue finalità. Si potrebbe dire così: l’ordinamento oggettivo divino connesso al fato giunge fino ad un certo limite, oltre il quale esso cessa di essere determinante e diviene tendenziale (donde il noto detto dell’astrologia: <em>astra inclinant non determinant</em>). Qui prende inizio il mondo umano e storico in senso proprio. In via normale questo mondo dovrebbe continuare il precedente, la volontà umana dovrebbe, cioè, riprendere e portar oltre la volontà “divina”. Che ciò avvenga o no dipende essenzialmente dalla libertà: occorre che lo si voglia. Nel caso positivo quel che era tendenza si fa, attraverso l’azione umana, realtà. Il mondo umano si presenterà allora come una continuazione dell’ordine divino e la stessa storia andrà ad assumenre i tratti di una rivelazione e di una “storia sacra”; l’uomo non vale e non agisce più per se stesso bensì in una dignità divina e il tutto acquista, in un qualche modo, una dimensione superiore.
<p>Si vede, così, che si tratta di cosa ben diversa dal “fatalismo”. Come un’azione contro il “fato” è sciocca e irrazionale, così un’azione armonizzata col fato è non solo efficace ma anche trasfigurante. Chi non tiene conto del <em>fatum </em>è quasi sempre destinato ad essere passivamente trasportato dagli eventi; chi lo conosce lo assume e vi si innesta viene invece guidato verso un superiore compimento, ricco di un significato non soltanto individuale. Tale è il senso del detto antico secondo il quale i <em>fata</em> “<em>nolentem trahunt, volentem ducunt</em>“.
<p> Nel mondo romano antico e nell’antica storia romana sono numerosi gli episodi, le situazioni e le istituzioni dove viene in luce, appunto, il sentimento di incontri “fatidici” fra mondo umano e mondo divino, di forze dall’alto che scorrono nella storia e si manifestano attraverso quelle umane. Per limitarci ad un solo esempio, si può ricordare che “il culmine del culto romano di Giove era sostituito da un atto in cui il dio si fa presente nella sua qualità di vincitore in un uomo, nel trionfatore. Non è che Giove sia solo causa della vittoria, ma egli stesso è il vincitore; il trionfo non si celebra in suo onore ma egli stesso è il trionfatore. Per questa ragione l’<em>imperator</em> riveste le insegne del dio” (KK. <a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/karoly-kerenyi"><b>Kerényi</b></a>, F. Altheim).
<p>Attuare – talvolta prudentemente, talaltra audacemente – nell’azione e nell’esistenza il divino, questo fu un principio direttivo che l’antica romanità applico allo stesso ordine politico. Così è stata giustamente messa in rilievo la misura nella quale Roma ignorò il mito nel senso astratto e soltanto superstorico prevalente in alcune altre civiltà; in Roma il mito si fa storia, così come, a sua volta, la storia assume un aspetto “fatale”, si fa mito.
<p>Da ciò procede una conseguenza importante. In questi casi, è una identità che, propriamente, si realizza. Non si tratta di una parola divina che può essere ascoltata o non ascoltata. Si tratta invece di un dispiegamento nel quale la volontà umana appare quella stessa delle forze superiori. Con il che si viene ad un concetto particolare, oggettivo, quasi diremmo trascendentale della libertà. Contrapponendomi al <em>fatum </em>posso bensì rivendicare per me un arbitrio, ma esso è sterile, è un puro “gesto” perché esso ben poco saprebbe incidere sulla trama della realtà. Quando, invece, ho fatto si che la mia volontà continui un ordinamento superiore, sia, cioè, l’organo per mezzo del quale questo ordinamento si realizza nella storia, ciò che io voglio in un simile stato di coincidenza o di sintonia è tale da tradursi eventualmente in un comando per forze oggettive che altrimenti non si sarebbero facilmente piegate o non avrebbero avuto riguardo per quel che gli uomini vogliono o sperano.
<p>Ora, ci si può chiedere: come è che si è giunti alla nozione moderna del fato come una potenza oscura e cieca? Come tanti altri, un tale mutamento di significato è lungi dall’essere casuale, esso riflette un mutamento di livello interiore e si spiega, essenzialmente, con l’avvento dell’individualismo e dell’umanismo inteso in un senso generale, cioè con riferimento ad una civiltà e ad una visione del mondo basate unicamente su ciò che è umano e terrestre. È evidente che, una volta prodottasi questa scissione, al luogo di un ordinamento intelligibile del mondo doveva essere sentito il potere di qualcosa di oscuro e di estraneo. Il “fato” divenne allora il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli"><b>simbolo</b></a> generale di tutte quelle forze più profonde in atto, sulle quali l’uomo, malgrado il suo dominio sul mondo fisico, può ben poco, perché non le comprende più e si è tagliato fuori di esse, ed anche di forze che, col suo stesso atteggiamento, ha liberato e ha rese sovrane in dati dominî dell’esistenza.
<p>Questa è solo un’idea dell’importanza e dell’interesse che avrebbe una illuminata filologia perché, come si disse, le parole hanno una loro anima e una loro vita, tanto che anche a tale riguardo il rifarsi alle origini può spesso dischiudere prospettive insospettate. Il lavoro, poi, sarebbe ancor più fecondo ove non ci si limitasse a retrocedere dalle lingue “romaniche” all’antica lingua latina, ma la stessa lingua latina venisse riportata al più vasto, comune ceppo delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei"><b>lingue indoeuropee</b></a>, del quale essa, nei suoi elementi fondamentali, è stata una differenziazione.</p>
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		<title>Dal mare di Gaza una lezione per l&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 14:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
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di Francesco Mario Agnoli www.identitaeuropea.it
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<p align="right">di Francesco Mario Agnoli <br />www.identitaeuropea.it</p>
<p>Mi è stato chiesto di collaborare con uno scritto alla prima e inaugurale uscita del rinnovato “sito” di Identità Europea, in particolare commentando il sanguinoso attacco dell&#8217;esercito e della marina israeliana alla “Freedom Flotilla”, il piccolo gruppo di sei navi, battenti in maggioranza bandiera turca, ma noleggiate da organizzazioni pacifiste internazionali con l&#8217;intento di portare soccorsi umanitari (soprattutto medicinali e sanitari al milione e cinquecentomila palestinesi tenuti rinchiusi da Israele nella prigione a cielo aperto di Gaza).<br />Chi mi ha rivolto l&#8217;invio è perfettamente consapevole delle difficoltà che incontra chiunque si occupa di simili argomenti senza adeguarsi ai canoni della politically correctness e che in questo modo il sito entra nel numero di quelli “particolarmente nocivi” presi di mira dalla lobby guidata dalla parlamentare Fiamma Nirenstein, tutti, quindi, e rischio di essere al più presto silenziati.<br />Del resto è proprio dall&#8217;on. Nirenstein che intendo prendere le mosse e dall&#8217;operazione da mesi iniziata, soprattutto a livello parlamentare e nelle stanze del potere, dalla lobby di cui è, a livello politico e mediatico, la maggiore esponente, per ottenere, all&#8217;insegna della lotta all&#8217;antisemitismo, una legge che autorizzi la Polizia Postale a ridurre al silenzio, oscurandoli, i siti internet sgraditi al governo sionista e ai suoi partigiani italiani. In particolare questi ultimi non si davano pace per non essere ancora riusciti ad ottenere l&#8217;abrogazione dell&#8217;art. 21 della Costituzione, che, grazie all&#8217;opera di alcuni sprovveduti Padri costituenti, ha garantito finora a tutti il diritto di “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, ma la Nirenstein e i suoi consiglieri si sono persuasi che, in attesa della repressione penale, quella in via amministrativa (tramite, appunto, mobilitazione, della Polizia Postale) può riuscire più pronta ed efficace.</p>
<p><span id="more-204"></span>
<p>Si tratta di iniziative tutt&#8217;altro che velleitarie, dal momento che già hanno portato all&#8217;audizione di presunti esperti (chissà perché tutti filoisraeliani) davanti a varie commissioni parlamentari (Affari Costituzionali, Interni, Affari Esteri), tanto che, grazie anche al pompaggio pubblicitario di RaiNews24, l&#8217;oscuramento almeno dei siti ritenuti “più nocivi” dai sionisti nostrani sembrava ormai questione di giorni.<br />Ad ostacolare il cammino trionfale della Nirenstein è intervenuto, nella notte fra il 30 e il 31 di maggio, il massacro, ad opera dei soldati israeliani, dei pacifisti della Freedom Flotilla, che non mi fermerò a descrivere, perché, siano stati dieci o più gli assassinati, trenta o più, o meno, i feriti, quanto è accaduto è ormai sotto gli occhi di tutti, perfino, grazie al ritardo della lobby parlamentar-sionista nella preparazione del “silenziatore”, dei cittadini italiani, che, se frequentano la ”rete”, hanno addirittura potuto leggere (il problema è “fino a quando?”) i comunicati dell&#8217;associazione cristiana, filopalestinese TerraSantaLibera.Org.<br />Qualche parola invece a proposito delle versioni dei principali esponenti del governo israeliano. Il premier Benjamin Netanyhau ha dato piena approvazione, (a parte l&#8217;ipocrita “rammarico per le vittime”) al comunicato dell&#8217;esercito, secondo il quale «Durante l&#8217;intercettazione i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell&#8217;Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell&#8217;Idf. Come risultato di questa attività violenta, le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, comprese armi da fuoco».<br />Il ministro della Difesa, Ehud Barak, è andato ancora oltre, attribuendo l&#8217;intera responsabilità dell&#8217;accaduto ai promotori dell&#8217;iniziativa, mossi non da intenti umanitari, ma dalla provocatoria volontà di rompere il blocco navale intorno a Gaza. Un suo collaboratore ha spiegato che “il mandato ai soldati era che si trattava di un&#8217;operazione di polizia”.<br />Ben diverse le ricostruzioni dei funzionari turchi e ciprioti, che, avendo controllato navi e passeggeri alla partenza della flottiglia dai loro porti, hanno escluso la presenza a bordo di armi da fuoco, il che è sostanzialmente confermato anche dal comunicato militare, che, per darsi una parvenza di credibilità, si è spinto fino ad ammettere la scarsa professionalità di due soldato israeliani tanto “pirla” da lasciarsi sottrarre la pistola.<br />Del resto è noto che quando si tratta di mentire gli israeliani non ci vanno per il sottile, tanto che per respingere i soccorsi della Freedom Flotilla non hanno temuto di esporsi al ridicolo universale, dichiarando che i palestinesi della Striscia dispongono di ogni ben di Dio. Ecco al proposito come la Custodia di Terra Santa (che non è parte in causa) descrive la situazione della piccola comunità cattolica della chiesa parrocchiale di Gaza “La sacra Famiglia”: “A causa del pesante blocco israeliano della striscia di Gaza l’economia ristagna e la disoccupazione e la povertà sono estremamente elevate. Mancano generi alimentari, acqua pulita, assistenza medica, mentre abbondano la fame e le malattie, con gravi conseguenze”. Appunto le mancanze cui la Flotilla si proponeva di portare rimedio. E sarebbe stata comunque una goccia di sollievo in un mare di sofferenza.<br />Ma ammettiamo pure che tutto sia andato come sostiene Netanyhau. Dovremmo per questo concludere che l&#8217;equipaggio e i passeggeri di una nave, una qualunque nave battente la bandiera di un qualunque paese riconosciuto dalla comunità internazionale, che durante la navigazione in mare libero si vedono aggrediti da elicotteri che calano sul ponte una frotta di uomini armati fino ai denti e in assetto da combattimento, non avrebbero diritto di opporre resistenza all&#8217;assalto piratesco con tutti i mezzi a loro disposizione (nel caso solo bastoni &#8211; altroché le mazze ferrate di cui ha cianciato il solito sionista di complemento – e qualche coltello) solo perché i pirati indossano le divise dell&#8217;esercito d&#8217;Israele?<br />Quanto all&#8217;intento dei pacifisti di rompere con la violenza il blocco israeliano intorno a Gaza, questo, quanto meno all&#8217;inizio dell&#8217;operazione, era tanto poco vero che non solo le Ong organizzatrici della flottiglia, ma le stesse autorità turche avevano insistentemente sollecitato gli israeliani a darle via libera, garantendone gli scopi esclusivamente umanitari, di soccorso nei confronti di una delle comunità umane più sventurate, infelici ed oppresse del globo (ma in realtà è proprio questo che il governo sionista non si vuole sentire dire sicché reagisce come un cane -feroce!- cui si è pestata la coda).<br />Per ciò che riguarda le operazioni di polizia qualcuno dovrebbe spiegare a Ehud Barak e ai suoi collaboratori che queste sono possibili solo nell&#8217;ambito del territorio e delle acque nazionali.<br />Del resto si può andare ancora oltre, perché sempre di aggressione e non di operazione di polizia si tratterebbe anche se fosse avvenuta all&#8217;interno delle acque territoriali di Gaza dal momento che realtà Israele non ha alcun diritto di mantenere il blocco. E&#8217; ben vero che lo status internazionale della Striscia è dubbio e che gli accordi di Oslo, intercorsi nel 1994 fra Israele e l&#8217;Olp, assegnano al primo il controllo militare dei suoi confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali, ma “controllo militare” ha un significato ben preciso e certamente non autorizza nessuna forma di blocco economico. D&#8217;altra parte nel gennaio 2008 l&#8217;allora ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, dichiarò testualmente (all&#8217;evidenza per sottrarsi agli obblighi che le convenzioni internazionali attribuiscono agli Stati occupanti) che la Striscia non è più territorio occupato. Ne consegue puramente e semplicemente che ogni azione di Israele contro e, comunque, ai danni degli abitanti di Gaza, anche quando non vi siano (caso raro!) morti, è sempre e comunque illegittima.</p>
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		<title>Venezuela: ottanta imprese, facenti capo ai grandi banchieri nazionali, verranno nazionalizzate</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 14:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Enrico Piovesana &#8211; 08/06/2010Fonte: Peace Reporter [scheda fonte]

Ottanta aziende di diversi settori merceologici, però tutte appartenenti a facoltosi banchieri venezuelani saranno nazionalizzate dall&#8217;amministrazione venezuelana.L&#8217;annuncio è arrivato direttamente dal presidente Hugo Chavez che durante il suo consueto appuntamento con il programma &#8216;Alò Presidente&#8217; ha informato i suoi connazionali della decisione.Dunque, aziende alimentari, compagnie di trasporto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Enrico Piovesana &#8211; 08/06/2010<br />Fonte: <a href="http://www.ariannaeditrice.it/scheda_fonte.php?id=49"><b>Peace Reporter [scheda fonte]</b></a></p>
<p><a href="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image001.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; display: inline; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" title="clip_image001" border="0" alt="clip_image001" align="right" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image001_thumb.jpg" width="244" height="162"></a></p>
<p>Ottanta aziende di diversi settori merceologici, però tutte appartenenti a facoltosi banchieri venezuelani saranno nazionalizzate dall&#8217;amministrazione venezuelana.<br />L&#8217;annuncio è arrivato direttamente dal presidente Hugo Chavez che durante il suo consueto appuntamento con il programma &#8216;Alò Presidente&#8217; ha informato i suoi connazionali della decisione.<br />Dunque, aziende alimentari, compagnie di trasporto e grandi proprietà terriere, verranno espropriate e Caracas farà così rispettare la legge. Basta speculazioni, rispetto ferreo della legislazione e stop anche con la violazione della concorrenza sui prezzi, goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha condotto Chavez a questa delicata decisione che sicuramente lascerà strascichi per i prossimi mesi. E intanto alcuni imprenditori sono già finiti nel mirino della magistratura venezuelana mentre altri sono al sicuro, all&#8217;interno dei confini statunitensi.
<p><a href="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image0021.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; display: inline; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" title="clip_image002" border="0" alt="clip_image002" align="left" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image002_thumb1.jpg" width="244" height="164"></a>Ma la decisione di Chavez giunge soprattutto per mettere il Paese al riparo da un&#8217;ipotetica crisi finanziaria, (già l&#8217;anno scorso una piccola crisi bancaria spaventò non poco la finanza nazionale).<br />&#8220;Da molti anni si sa che uno dei fattori più scarsi e meno comuni del Venezuela è rappresentato dai funzionari pubblici ben preparati, ben formati, onesti ed effettivi, questa è la risorsa più scarsa del Venezuela. Era così prima di Chavez ma è così anche adesso&#8221; racconta al telefono con PeaceReporter il direttore del Foreign Policy, Moises Naim, considerato una delle persone più influenti del mondo nell&#8217;ambito della comunicazione. &#8220;Dico che la possibilità di trovare nel settore pubblico venezuelano sia prima che dopo Chavez, un funzionario pubblico efficace ed efficiente, è molto bassa. Il presidente Chavez sta adottando un modello economico che parte dalla supposizione che le risorse più abbondanti del Paese sono i funzionari pubblici. Ogni volta che nazionalizza una di queste compagnie, il bisogno di trovare gente competente che diriga efficacemente e porti avanti le aziende, aumenta più che proporzionalmente. Allora Chavez sta facendo una scommessa su un modello economico che fa riferimento alla risorsa meno abbondante del Venezuela&#8221;.</p>
<p><span id="more-201"></span>
<p>A questo discorso si aggiunge poi una riflessione sull&#8217;acqua, argomento di dominio pubblico anche in altri stati del Pianeta. Il presidente Chavez ha fatto sapere di volere revisionare quanto prima i contratti con le imprese multinazionali che hanno la possibilità di sfruttare acqua, soprattutto a quelle che producono bibite gassate. &#8220;L&#8217;acqua è proprietà del popolo&#8221; ha detto il leader venezuelano che ha aggiunto che tutte le iniziative prese finora sono &#8220;solo l&#8217;inizio del cammino verso il socialismo. Ora bisogna accelerare&#8221;.  </p>
<p><a class="a2a_dd addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save?linkurl=http%3A%2F%2Fwww.associazionesimeone.it%2F2010%2F06%2Fvenzuela-ottanta-imprese-facenti-capo-ai-grandi-banchieri-nazionali-verranno-nazionalizzate%2F&amp;linkname=Venezuela%3A%20ottanta%20imprese%2C%20facenti%20capo%20ai%20grandi%20banchieri%20nazionali%2C%20verranno%20nazionalizzate"><img src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share/Bookmark"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una riflessione nel settantesimo dell&#8217;entrata dell&#8217;Italia in guerra (1940-2010)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 14:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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Da Arianna Editricedi Franco Cardini
“ Forse perche e la fine di un&#8217;illusione / forse perche con esso imparammo a odiare, / ma quando pronunziamo questo nome / c&#8217;e sempre chi vorrebbe non ricordare… (…) / La gente grida per il vincitore, / il gregge segue sempre il pastore&#8230;. (…) / Penzola li nel vuoto quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><a href="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image002.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; display: inline; border-top: 0px; border-right: 0px" title="clip_image002" border="0" alt="clip_image002" align="left" src="http://www.associazionesimeone.it/wp-content/uploads/2010/06/clip_image002_thumb.jpg" width="188" height="244"></a></p>
<p align="right">Da Arianna Editrice<br />di Franco Cardini</p>
<p align="left">“ Forse perche e la fine di un&#8217;illusione / forse perche con esso imparammo a odiare, / ma quando pronunziamo questo nome / c&#8217;e sempre chi vorrebbe non ricordare… (…) / La gente grida per il vincitore, / il gregge segue sempre il pastore&#8230;. (…) / Penzola li nel vuoto quel crocifisso / appeso per i piedi alla sua sorte: / amare invano ed essere odiato tanto, / chi potra mai vantarsi della sua morte?”<br />Leo Valeriano (?), La ballata dell’illusione.<br />“Combattenti di terra, di mare, dell’aria; camicie nere della Rivoluzione e delle legioni; uomini e donne dell’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania: ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria: l’ora delle decisioni irrevocabili”.<br />Le ricordiamo tutti, queste parole: anche quelli che non erano lì in Piazza Venezia, anche quelli che non stavano incollati alla radio; anche quelli che non erano ancora nati. Le abbiamo ascoltate infinite volte tutti, con tristezza, con disperazione, con rimorso, con pietà. Ricordiamo quella voce metallica; ricordiamo quel volto duro e squadrato, di pietra sotto il berretto nero “alla bulgara”. E’ il volto del nostro delirio d’onnipotenza, delle nostre illusioni distrutte, dei nostri sogni spezzati. Forse, come avrebbe detto il poeta, del nostro inestinguibile odio e del nostro indomato amor.<br />10 giugno 1940: la piccola Italia che s’illudeva di esser diventata una grande potenza imperiale gettava, a fianco della potente Germania rinata dalle sue ceneri, la sua sfida ai grandi imperi liberali, alle “democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”, in un’avventura ch’era “la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra”.</p>
<p><span id="more-196"></span>
<p align="left">Può darsi che oggi, rileggendo quelle parole, piu d’uno sia colto da un’impressione sconcertante. Quell’”Italia proletaria e fascista” evocata in termini al tempo stesso tanto laconici e tanto retorici non veniva affatto presentata come vittoriosa e potente. Al contrario: essa si metteva dalla parte dei poveri, dei “dannati della terra”, degli sfruttati. Dietro al Duce chiuso nell’orbace dalle spalline dorate si profilava ancora e nonostante tutto l’ombra del giovane Benito Mussolini agitatore socialista-interventista: la guerra destinata a rovesciare i destini del mondo, a rovesciare i troni dei potenti e ad esaltare il destino dei diseredati. Una guerra ch’era davvero la prosecuzione di quella del ’14-’18, il saldo dei conti ch’essa non aveva saputo chiudere, la reazione contro gli inganni e le ingiustizie della “pace ingiusta” di Versailles. Una guerra il conclamato scopo della quale era la rottura della prigione geopolitica mediterranea che rinserrava una giovane potenza entro il lago sorvegliato dalle due porte di Gibilterra e di Suez, saldamente in mano britannica. Se si considera che l’Italia unitaria era stata fondata, ottant’anni prima di allora, con l’appoggio non disinteressato di una Francia prima e di un’Inghilterra poi che ambivano a piazzare le loro pedine commerciali e portuali in una penisola che, con l’apertura del canale di Suez, sarebbe divenuta un molo mediterraneo importante sulla via degli oceani, l’entrata in guerra del ’40 acquista una prospettiva sulla quale di solito non si riflette: quella della definitiva liberazione del paese da un ruolo subalterno nel panorama politico europeo. Il tragico era che tale disegno era destinato a inquadrarsi nel contesto del profilarsi di una subordinazione ancora più forte e tragica: quella alla Germania nazista. Qui l’abile giocoliere Mussolini, che aveva avuto fino ad allora la fortuna e l’abilità di costruire il mito della potenza italiana su una serie di colpi di mano e di bluff ben giocati – l’ultimo dei quali era quello di mediatore degli accordi di Monaco del ’38 -, si trovava adesso a doversi confrontare con il vero nodo irrisolto della sua politica.<br />Eppure, al di là di quel che voleva far credere e forse alla fine credeva anche lui, non era stata la sua volontà a condurre le cose a quel punto. Il discorso del 10 giugno del ’40 va confrontato con quello pronunziato dal medesimo balcone quattro anni prima, il 9 maggio del ’36, quello commosso e commovente della fondazione dell’impero. Francia e Inghilterra non avevano digerito l’ingresso dell’Italia – autentico o fasullo che fosse – nel club delle grandi potenze: e avevano commesso, con le sanzioni, l’irreparabile errore di gettare il Duce nelle braccia del suo inquietante emulo ed allievo tedesco. Quello fu davvero l’imperdonabile peccato delle democrazie liberali, l’errore fatale consistente nell’aver rotto l’unità antinazista conseguita nell’aprile del ’35 col patto di Stresa: e l’inizio di un Totentanz le tappe del quale furono la guerra civile spagnola, gli ambigui accordi di Monaco, le leggi razziali del ’38, il “patto d’acciaio” italo-tedesco del 22 maggio 1939 che all’art.3 sanciva l’obbligo per entrambe le parti contraenti ad entrare in guerra se l’altra vi fosse impegnata, il patto di non-aggressione tedesco-sovietico del 27 agosto del ’39 che consentiva l’attacco tedesco alla Polonia di cinque giorni dopo.<br />La “non-belligeranza” mussoliniana fu solo una manovra temporizzatrice. Il Duce sapeva bene che l’Italia non era militarmente pronta, e aveva intenzione di protrarre la sua astensione almeno fino al ’42, fin quando non si fossero spente le luci della grande Esposizione del Ventennale, l’EUR 42. Ma le vittorie mozzafiato di Hitler lo presero di contropiede: tra il maggio e i primi di giugno del ’40 la capitolazione dell’Olanda e l’invasione del Belgio, l’aggiramento della Maginot e lo sfondamento della linea Weygand, la vittoria di Dunkerque dove il Fuhrer si era preso il lusso di ostentare generosità e di non annientare il nemico in fuga, gli dettero l’impressione (non peregrina…) che non ci fosse tempo da perdere. La Wehrmacht era alle porte di Parigi: avrebbe potuto continuare il conflitto, con la Francia ormai occupata, il Fuhrer che alla radio offriva una pace onorevole e l’Unione Sovietica alleata di Hitler?<br />Mussolini si senì a un passo dal successo finale e contemporaneamente a uno dall’emarginazione disonorevole: se la guerra fosse finita prima del suo ingresso formale in essa, il “patto d’acciaio” sarebbe stato unilateralmente disatteso e il potente alleato lo avrebbe respinto nella condizione di una Svizzera moltiplicata per dieci, e mancatrice di parola per giunta. Gli ci voleva, come cinicamente disse, una manciata di cadaveri per sedere da vincitore al tavolo della pace. E in seguito avrebbe affermato più volte che Francia e soprattutto Inghilterra erano state le prime a pregarlo di muoversi in quel senso: la sua presenza avrebbe moderato le pretese di Hitler. “Pugnalata alle spalle della Sorella Latina”, la Francia, si disse: ma forse la Sorella non aveva pugnalato per prima l’Italia quattro anni prima, con le sanzioni?<br />Ottantasei anni prima del fatidico ingresso dell’Italia in guerra, nel 1854, il Cavour era entrato non meno cinicamente di Mussolini in una guerra che ancor meno riguardava la penisola italica, quella di Crimea, con analogo scopo: sedere al tavolo dei vincitori e compartecipare ai frutti della vittoria. Il Duce decise di cogliere l’occasione e di giocare alla grande quello che sarebbe stato il suo definitivo bluff. Il Cavour ce l’aveva fatta: a lui, andò male. Conosciamo purtroppo bene il resto di quella storia.<br />Eppure, settant’anni dopo il più tragico dei suoi errori e sessantacinque dopo la sua morte atroce e disonorevole, noi sentiamo che la storia d’Italia non ha ancora fatto sul serio i conti con Benito Mussolini. Che siano state le sue decisioni e i suoi sbagli e gettarci nel gorgo della carneficina, della sconfitta e dell’umiliazione, è indiscutibile. E’ sempre difficile dire se qualcuno o qualcosa sta dalla parte giusta sul piano morale, ma con certezza, se uno prova a fare qualcosa e non riesce, vuol dire che era dalla parte sbagliata sotto il profilo della politica e della storia. Eppure, non diversamente da come Napoleone dette, nel bene e nel male, un senso alla rivoluzione francese, così Mussolini aveva provato a dare un senso a quell’impresa strampalata e antistorica, ma storicamente riuscita (a prezzi altissimi, e pagati da chi non avrebbe dovuto), ch’era stato la costruzione di uno stato unitario e accentrato italiano.<br />Il processo di unità nazionale, dalla metà dell’Ottocento in poi, fu mandato avanti da alcune éites peraltro non concordi fra loro; la maggioranza delle popolazioni che costituivano la futura Italia unita ne restarono estranee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizzati da un processo dinamico analogo: vale a dire che solo ristrette éites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello stato unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interessi espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobino di garibaldini e mazzininani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale”, analoga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bismarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e opportuna di quella che, fra l’altro, generò la colonizzazione e lo sfruttamento del sud da parte del nord (con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno. Secondo: il carattere élitario del “movimento risorgimentale” nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiettivo un notevole ritardo nella “nazionalizzazione delle masse”, nonostante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedessero giusto gli interventisti, “democratici” o “rivoluzionari” che fossero, i quali ritenevano che il bagno di sangue avrebbe cementato l’edificio della patria e che gli italiani, che fatta l’Italia non erano stati fatti, si sarebbero forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porterebbe a concludere che la visione della prima guerra mondiale come “quarta guerra d’Indipendenza” e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e di Mussolini), era corretta viste quelle premesse. Attenzione: non ho detto che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi limito a dire che anzitutto non fu affatto “l’invasione degli Hyksos” come sosteneva Benedetto Croce; e che si trattò di un esito che, in termini di costruzione del consenso e di edificazione dello stato sociale, dette comunque – piaccia o no – un senso a quel movimento che, partito dalla spedizione dei Mille e dalla commedia delle annessioni plebiscitarie per approdare alla tassa sul macinato, agli scandali bancari, ai cannoni del Bava Beccaris e alle leggi eccezionali del Pelloux, era fallito: solo un intervento ingiusto (perché si tradì un’alleanza) in una guerra infame (aveva ragione Benedetto XV) avrebbe potuto salvarlo. Ma allora quel che mancava – “nazionalizzazione delle masse”; disciplina del lavoro e stato sociale; avvìo di un abbozzo almeno di riforme che sconfiggessero l’immigrazione e le malattie come la tubercolosi; lotta alla malavita nel sud; pacificazione con quella che già Antonio Gramsci aveva riconosciuto come l’unica vera forza popolare italiana, la Chiesa – fu il fascismo a saperlo realizzare, sia pure a prezzo prima di un cinico e un po’ provinciale movimento di adeguazione al trend repressivo antibolscevico o sedicente tale che si era verificato un po’ in tutta l’Europa almeno centrale e orientale, quindi di una sospensione delle garanzie statutarie che fu forse storicamente illegittima, non però illegale in quanto fu la corona a coprirla con la sua legittimazione. Non v’è possibile paragone tra i regimi conservatori e repressivi nati in tutta Europa per rispondere alla Rivoluzione d’Ottobre (penso all’Austria di Dollfuss, che pure cercò di darsi un dignitoso contenuto cristiano-social-nazionale, o all’Ungheria di Horthy, o alla Polonia di Pildsuski, o alla Finlandia di Mannerheim, o alla Romania di Carol: e metto insieme personaggi molto differenti tra loro) e i caratteri dinamici e innovativi del movimento e dello stesso regime fascisti italiani sia dal punto di vista politico e sociale, sia da quello culturale.<br />Oggi, dalle scuole ai mass media, Benito Mussolini è l’organizzatore delel squadracce e il tiranno, l’uomo delle leggi razziali e della sudditanza a Hitler, colui che ha gettato l’Italia nel carnaio della seconda guerra mondiale. E’ giusta quest’immagine? O è distorta e riduttiva?<br />Ripensiamo all’Italietta dei giri di walzer (prima i francesi, poi gli inglesi, poi i tedeschi, poi di nuovo gli anglo-francesi…), all’Italietta che prendeva gli schiaffi a Tunisi e che assaliva la Tripolitania, all’Italietta degli scandali bancari e dello “stato-carabiniere” che consentiva il dissanguarsi del Meridione per arricchire e industrializzare il nord. Pensiamo ai governi dell’Italietta che permettevano a bersaglieri e a carabinieri di far collezione di teste dei “briganti” uccisi, che imponevano la tassa sul macinato e che facevano sparare addosso ai contadini (l’eroico Bixio, il fucilatore di Bronte…) e agli operai. Pensiamo all’Italietta che senza batter ciglio permetteva l’esodo di milioni di suoi “figli” diseredati e li abbandonava al loro destino (e se non ci fosse stata la Chiesa, con personaggi splendidi come monsignor Scalabrini vescovo di Piacenza, nessuno li avrebbe assistiti), all’Italietta che preferiva l’emigrazione alla riforma agraria e che dal 1915 mandò 600.000 disgraziati a farsi ammazzare con la promessa d’un’altra riforma agraria mai fatta.<br />Mussolini aveva favorito l’entrata in guerra pensando che il popolo, una volta messo il fucile in spalla, non lo avrebbe più lasciato fino al compimento della rivoluzione. Non fu così: e lui – l’unico che, secondo Lenin, avrebbe sul serio potuto organizzare la rivoluzione socialista in Italia – fu quello che la impedì. Eppure, Mussolini è anche l’uomo dell’avvìo dello stato sociale in Italia, l’uomo della Carta del lavoro, l’uomo ammirato da Roosevelt per aver affrontato con coraggio e con abilità la crisi del ’29. Mussolini è l’uomo delle bonifiche dalla Sardegna all’agro pontino, che nacquero dalla sua consapevolezza di essere a sua volta impotente ad avviare una seria riforma agraria ma furono comunque una risposta alta e forte all’Italia della miseria e della fame di terra. Mussolini è l’uomo della sconfitta della pellagra, della malaria e della tubercolosi infantile, l’uomo delle colonie montane e marine, l’uomo della pacificazione delle coscienze con i Patti Lateranensi. Certo, ottenne tutto ciò con l’instaurazione di un regime autoritario e repressivo, forse indebitamente definito “totalitario” (i veri totalitarismi sarebbero stati altri), certo però illiberale: e nel quale tuttavia si avviò una politica culturale con tratti di grande libertà e di qualità tanto alta da venir ancor oggi rimpianta e citata a modello. Mussolini dette un contributo possente alla creazione d’un’identità civica unitaria degli italiani: se c’è un uomo che è arrivato molto vicino ad adempiere i voti dei migliori tra i fautori del Risorgimento unitario – sempre senza dimenticare che la soluzione unitaria e accentrata era in contrasto con la storia policentrica d’Italia -, questo è stato Mussolini.<br />Allora, prendiamoci il coraggio di far un po’ di spregiudicata ucronìa: se Benito Mussolini fosse morto di un accidente all’età di una cinquantina d’anni, poniamo non il 28 aprile 1945 ma il 28 aprile 1935, all’indomani dei patti di Stresa durante i quali aveva dimostrato di aver compreso prima e meglio di altri la natura del pericolo rappresentato dalla Germania nazionalsocialista, prima di scatenare la guerra d’Etiopia e di lasciarsi avvolgere dall’abbraccio stritolante di Hitler, egli sarebbe rimasto sì l’uomo degli squadristi e del delitto Matteotti (al di là delle sue personali responsabilità al riguardo), ma anche quello del risanamento delle istituzioni statali, della lotta alla piaga dell’emigrazione, della Carta del Lavoro e dell’autentica fondazione dello stato sociale (dopo i conati di Giolitti), dello sbancamento della mafia (riportata in Sicilia dai “liberatori” americani, quelli della strage di Gela del ‘43!&#8230;), della modernizzazione del paese – bonifiche, ferrovie, incentivi all’industrializzazione, nascita delle industrie turistica e cinematografica, impulso alle comunicazioni navali e avvìo di quelle aeree -, della “nazionalizzazione culturale delle masse” (OND, “Carri di Tespi”, 18 BL…), della conciliazione tra stato e Chiesa, d’una politica balcanica e orientale lungimirante, che tra l’altro era stata caratterizzata da un deciso filosionismo e da una chiara comprensione delle aspettative dei popoli arabi, che avrebbe fatto di lui un mediatore ideale nella nuova fase della “questione d’Oriente”, quella aperta nel 1918-20 dagli errori, dagli egoismi e dalla slealtà d’inglesi e di francesi. Oggi, il Duce avrebbe una statua in tutte le piazze d’Italia come vero Pater Patriae, più di Cavour e di Garibaldi, e sarebbe ricordato all’estero come il più grande statista della storia d’Italia.<br />Invece l’accidente non gli è venuto: e le sue scelte tra 1935 e 1945 (ammesso che abbia scelto sul serio qualcosa, tra 25 luglio 1943 e 28 aprile 1945…) hanno causato non solo le tragedie che sappiamo, ma anche una di più, della quale nessuno parla mai. Io l’ho vissuta in prima persona e ne sono testimone. Dopo la guerra e molto a lungo, per l’opinione diffusa (che i comunisti strumentalmente ricattavano puntando alla rivoluzione socialista che non c’è mai stata; i cattolici non combattevano perché in fondo lo stato postrisorgimentale, laico e unitario non lo aveva mai amato; e né i puri di “Giustizia e Libertà” né i “moderati” di destra e di sinistra avevano l’energia e la moralità di ostacolare), chiunque facesse appello ai valori patriottici, alla solidarietà nazionale e al senso dello stato veniva tacciato di “fascista”. Ciò ha provocato al paese un danno morale immenso: è stato il bacillo che ha generato l’infezione scoppiata in maniera devastante più tardi e della quale stiamo ancora pagando le conseguenze.<br />Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Italia un movimento di edificazione dell’unità nazionale che scegliesse la via federalistica, indicata da Gioberti ma – soprattutto – da Cattaneo: anche salvando, ebbene sì, un potere temporale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quella via non avrebbe creato la rovinosa “questione meridionale”, non avrebbe determinato decenni di crisi morale resa inevitabile dal contrasto tra stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il paese (anche in termini morali e culturali: un piccolo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome…), probabilmente avrebbe evitato la rovinosa politica di opposizione preconcetta all’Austria sulla base delle miserabili rivendicazioni territoriali di nord-est (vorrei ricordare che Cattaneo auspicava che il “Commonwealth” austriaco restasse in piedi), non si sarebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal modo, forse, a evitare la guerra franco-prussiana del 1870 ch&#8217;è stata la lontana ma primaria fonte dei guai di tutto il continente per i tre quarti di secolo a venire. Sarebbe bastato appoggiare seriamente il progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell’imperatrice Eugenia) di una lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l’indipendenza polacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E forse sarebbero andate diversamente anche le cose in Messico e quindi in tutto il Mesoamerica, con un buon ridimensionamento delle pretese statunitensi e un rafforzamento delle prospettive europee di paesi come l’Argentina e il Cile, che a guardar all’Europa erano molto portati. E probabilmente, grazie a un differente approccio al problema dello sfruttamento del canale di Suez – come si sarebbe potuto avere se l’Italia avesse contribuito, e avrebbe potuto farlo, a evitare la guerra del ’70 –, anche la nostra avventura africana avrebbe preso una piega diversa, meno tragicomica. E lo stesso sia detto per il nostro mondo imprenditoriale: un’Europa meridionale e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, austriaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra economia. Pensiamo solo alle implicazioni di un’integrazione linee ferroviarie-linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di penetrazione orientale dai Balcani e da Istanbul fino all’Iran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe potuto sul serio attuare in tempi rapidi una linea ferroviaria Vienna-Isfahan e collegare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla russia di avvelenare i Balcani con la droga del nazionalismo irredentista, causa della prima guerra mondiale. Altro che Trento e Trieste, che nell’impero austroungarico ci stavano benissimo…<br />Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione federalista e quello d’una temporanea correzione autoritaria che – assunta appunto in tollerabile dose, e in prospettive di reversibilità passata l’emergenza – le sarebbe stata salutare. Ma dopo il fascismo, la guerra, il progressivo sfascismo postbellico, oggi siamo pervenuto a un paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è corretto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non concludere che quella del regno unitario fu una “falsa partenza”. Però, Mussolini fu colui che più di ogni altro – e meglio di chiunque altro: almeno fino all’intorbidirsi delle acque e al suo delirio d’onnipotenza a partire dal ’36 &#8211; cercò d’imprimere all’assurdo-Italia nato dal Risorgimento un senso unitario. Gli andò male. Fu tutta sua, soltanto sua, la colpa?</p>
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		<title>Comunicato 3: per la confederazione</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 19:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fronte di Liberazione Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunicato nr. 03 della &#8220;CONFEDERATIO&#8221;(INIMICA TYRANNIS)
Il 2 Giugno 2010 a Isola Farnese si sono riuniti gli Uomini Liberi della CONFEDERATIO e dalla riunione del costituito Direttivo é stato deliberato quanto segue:1) Le autonomie operative delle diverse associazioni si identificano a Comunità di Popolo in rappresentanza delle categorie nazionali NON GARANTITE dalla partitocrazia.2) Le autonomie convergono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b>Comunicato nr. 03 della &#8220;CONFEDERATIO&#8221;</b><br /><b>(INIMICA TYRANNIS)</b></p>
<p>Il 2 Giugno 2010 a Isola Farnese si sono riuniti gli Uomini Liberi della CONFEDERATIO e dalla riunione del costituito Direttivo é stato deliberato quanto segue:<br />1) Le autonomie operative delle diverse associazioni si identificano a Comunità di Popolo in rappresentanza delle categorie nazionali NON GARANTITE dalla partitocrazia.<br />2) Le autonomie convergono periodicamente, e su fatti d&#8217;attualità contingente, in comunicati ufficiali di espressione comunitaria ed in azioni pubbliche di manifestazione del loro pensiero.<br />3)&nbsp; Gli elementi essenziali che identificano la CONFEDERATIO sono stati individuati nei seguenti punti strategici:<br />- sovranità monetaria, militare, politica ed economica dell&#8217;Evropa,<br />-&nbsp;&nbsp; lotta alla ideologia economicista,<br />- alternativa di Democrazia Partecipativa contro ogni assemblearismo partitocratico,<br />-&nbsp; riconoscimento delle Identità Popolari.<br />La verifica di eventuali convergenze con altre realtà é subordinata alla condivisione dei punti espressi e verrà valutata dal Direttivo. <br />Sin da ora é confermato che in ogni caso NON verranno poste pregiudiziali così come NON ne verranno accettate.<br />Isola Farnese, 02 Giugno 2010</p>
<p>LABORATORIO POLITICO &#8220;FORZA UOMO&#8221; <br />CENTRO STUDI SOCIALISMO NAZIONALE <br />ASSOCIAZIONE CULTURALE &#8220;GENEROSO SIMEONE&#8221; <br />CENTRO STUDI ARCO E CLAVA <br />CENTRO STUDI CURSUS HONORUM <br />CIRCOLO CULTURALE CLEMENTE GRAZIANI.</p>
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		<title>Comunicato 2: per la confederazione</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 18:58:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fronte di Liberazione Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunicato nr. 02 della &#8220;CONFEDERATIO&#8221; (INIMICA TYRANNIS):
ATTO DI PIRATERIA INTERNAZIONALE PERPETRATO DALLA ENTITA&#8217; SIONISTA.
QUANTO AVVENUTO NELLE ACQUE INTERNAZIONALI PROSPICIENTI LA STRISCIA DI GAZA DIMOSTRA L&#8217;INELUDIBILE DEBOLEZZA DEL SIONISMO NEL MOMENTO STESSO IN CUI HA VOLUTO MOSTRARE IL VOLTO DELLA FORZA E DELLA VIOLENZA PREVARICATRICE. DEPRECHIAMO INTANTO SENZA POSSIBILITA&#8217; ALIBISTICA ALCUNA L&#8217;ATTEGGIAMENTO DI PERENNE SERVITU&#8217; DELLA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b>Comunicato nr. 02 della &#8220;CONFEDERATIO&#8221;</b><b> </b><br /><b>(INIMICA TYRANNIS):</b>
<p><b>ATTO DI PIRATERIA INTERNAZIONALE PERPETRATO DALLA ENTITA&#8217; SIONISTA.</b></p>
<p>QUANTO AVVENUTO NELLE ACQUE INTERNAZIONALI PROSPICIENTI LA STRISCIA DI GAZA DIMOSTRA L&#8217;INELUDIBILE DEBOLEZZA DEL SIONISMO NEL MOMENTO STESSO IN CUI HA VOLUTO MOSTRARE IL VOLTO DELLA FORZA E DELLA VIOLENZA PREVARICATRICE. <br />DEPRECHIAMO INTANTO SENZA POSSIBILITA&#8217; ALIBISTICA ALCUNA L&#8217;ATTEGGIAMENTO DI PERENNE SERVITU&#8217; DELLA COLONIA &#8220;italya&#8221; CHE IN CONTRASTO CON LA SUA APPARTENENZA ALLA EVROPA HA VOTATO INSIEME AGLI USA CONTRO IL TESTO DI RISOLUZIONE APPROVATO DAL CONSIGLIO PER I DIRITTI UMANI &#8211; che chiede una missione di inchiesta internazionale sul blitz israeliano nei confronti della flottiglia di attivisti &#8211; PERCHE&#8217; RITIENE ISRAELE&#8230;.: &#8220;uno Stato democratico e perfettamente in grado di condurre un&#8217;inchiesta credibile e indipendente, il che non significa necessariamente internazionale&#8221; (SIC !!!). <br />GLI ORGANISMI INTERNAZIONALI COSI&#8217; TEMPESTIVI AD ACCONDISCENDERE ALLE PESANTI ED ESIGENTI RICHIESTE DEL GOVERNO ISRAELIANO CONTRO CHIUNQUE OSI DIBATTERE SUL PROBLEMA DEL VICINO ORIENTE SIA ORA FERMA NELLA CONDANNA SBUGIARDANDO NORD AMERICANI E LORO CAMERIERI IN S.P.E. E CHIEDA UN EMBARGO TOTALE DELL&#8217;ENTITA&#8217; SIONISTA COLPEVOLE DI PIRATERIA INTERNAZIONALE. <br />COME ITALIANI CI VERGOGNAMO DI UN MINISTRO DEGLI ESTERI CON DOPPIO PASSAPORTO ANCORA AL TRAINO DELLE SALMERIE ATLANTICHE E &#8211; DI FATTO &#8211; PORTAVOCE DELLA PORTAVOCE DELLE KNESSET IN ITALIA.<br />Isola Farnese, 02 Giugno 2010</p>
<p>LABORATORIO POLITICO &#8220;FORZA UOMO&#8221; <br />CENTRO STUDI SOCIALISMO NAZIONALE <br />ASSOCIAZIONE CULTURALE &#8220;GENEROSO SIMEONE&#8221; <br />CENTRO STUDI ARCO E CLAVA <br />CENTRO STUDI CURSUS HONORUM <br />CIRCOLO CULTURALE CLEMENTE GRAZIANI.</p>
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		<title>La fantasy, la politica, la mistificazione</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 18:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmine Giangregorio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Franco Cardini
Se in questi tempi così tristi (il massacro dei pacifisti al largo di Gaza, i tagli governativi alla cultura…) avessi voglia di ridere, la polemica scatenata da un articolo di Loredana Lipperini su “Repubblica” a proposito dell’opera letteraria di Tolkien avrebbe sul mio umore un benefico effetto. A Modena si tiene un convegno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[</p>
<p align="right">di Franco Cardini</p>
<p align="left"><a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b4/Tolkien_1916.jpg"><img style="margin: 0px 10px 0px 0px; display: inline" alt="File:Tolkien 1916.jpg" align="left" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b4/Tolkien_1916.jpg" width="166" height="240"></a>Se in questi tempi così tristi (il massacro dei pacifisti al largo di Gaza, i tagli governativi alla cultura…) avessi voglia di ridere, la polemica scatenata da un articolo di Loredana Lipperini su “Repubblica” a proposito dell’opera letteraria di Tolkien avrebbe sul mio umore un benefico effetto. A Modena si tiene un convegno su “Tolkien e la filosofia”: e la giornalista coglie l’occasione per lamentare il fatto che per troppo tempo la “sinistra” abbia lasciato alla “destra” un equivoco monopolio sul grande autore di heroic fantasy, per ribadire il giudizio sull’inconsistenza della “cultura di destra” e per chiedere che finalmente si faccia giustizia e si restituisca il filologo e romanziere cattolico inglese all’àmbito culturale cui egli naturalmente e di diritto appartiene. Ch’è, ovviamente, quello della “sinistra”.</p>
<p align="left">Verrebbe voglia di farci sopra due risate, dicevo. Ma in realtà par di sognare. E’ davvero mai possibile che, dopo tutto quel ch’è successo nel circa quarantennio trascorso tra l’approdo in Italia del capolavoro di Tolkien, Il signore degli anelli, si torni adesso a parlare di certi temi alla luce d’uno schema non solo manicheo, ma francamente frusto e irriproponibile come quello della contrapposizione “destra”-“sinistra”? Già allora, negli Anni Settanta, l’opposizione a quel groviglio di luoghi comuni era forte e diffusa: oggi, si rischia perfino – leggendo certi articoli – di non riuscir più a capire di che cosa si stia parlando. L’articolista di “Repubblica” sembra uscita da un lungo periodo d’ibernazione: e ci ripropone così, papale e papale, la vecchia massima vittoriniana e togliattiana, “La destra non ha cultura”, dalla quale discende l’assioma “ergo, se qualcosa ha a che fare con la cultura, non può essere di destra”.</p>
<p><span id="more-190"></span>
<p align="left">Non siamo più nemmeno al ridicolo. Siamo all’inqualificabile. A parte il fatto che, dalla metà almeno dell’Ottocento ad oggi, ci sono stati molti tipi di “destra” e di “sinistra” e molti modi di aderire all’uno o all’altro dei tutt’altro che monolitici schieramenti, sappiamo bene ad esempio che dalla fine del XIX secolo il sorgere impetuoso della questione sociale e le fratture che tutto ciò ha prodotto in quella ch’era stata la “grande cultura” borghese e liberale dell’Ottocento ha avuto come effetto un mischiarsi e un modificarsi di valori che, fino ad allora, potevano essere ascritti con una certa chiarezza a questa o a quella parte politica. Dopo gli studi del Nolte, del Mosse, del de Felice e dello Sternhell, ad esempio, non possiamo più qualificare semplicisticamente il fascismo come una realtà politica “di destra”; così come riesce impossibile definire all’interno della polarizzazione destra-sinistra il fenomeno del totalitarismo e disperante collocare dall’una o dall’altra parte personaggi di vertice della nostra cultura come Nietzsche, Pound, Céline o Pasolini. E che cosa replicare a un esponente tra i più qualificati e raffinati della cultura e della politica “di sinistra”, Massimo Cacciari, il quale con candida fermezza afferma che “la grande cultura europea è sempre stata di destra”? Per John Ronald Reuel Tolkien le cose sono chiarissime. Cattolico, membro del gruppo degli Oxford Christians esponente del quale era anche Clive Staples Lewis, filologo e medievista di fama internazionale, Tolkien non nascose mai la sua profonda adesione ai valori tradizionali della sua fede e della sua terra e la sua diffidenza, per non dir avversione, nei confronti degli aspetti più ambigui e più allarmanti della Modernità: lo sfrenato individualismo, il culto indiscriminato del progresso, lo scientismo materialistico, il culto del danaro e del profitto, la volontà di eliminare qualunque forma di sacralità dalla vita civile. Il signore degli anelliè appunto, tradotto nei termini geniali di un romanzo che riprende toni e moduli dalle saghe celtiche e scandinave e dal romanzo cavalleresco, il racconto di una civiltà in pericolo in quanto minacciata dalla Volontà di Potenza di un “Oscuro Signore” che con la violenza e la corruzione vuole soggiogare una composita realtà di esseri viventi e intelligenti (uomini, ma anche i “mezzi-uomini” hobbit, e ancora elfi, nani, mostruosi ibridi umano-ferini) promettendo loro la condivisione del suo potere e rendendoli schiavi. </p>
<p align="left">Qualcuno ha voluto scorgere nell’allegoria tolkieniana una condanna del totalitarismo, in particolare del nazionalsocialismo e del comunismo, ma tale lettura è forse riduttiva e poco precisa. L’obiettivo polemico dello scrittore è la debolezza umana, il fascino del potere inteso nemmeno più come mezzo bensì come autentico e unico fine in se stesso: e per questo il piccolo hobbit che decide di caricar su di sé il peso dell’Anello che imprigiona la volontà umana e distruggerlo è una figura cristica; e tutto il romanzo risulta essere quasi un rovesciamento della “cerca del Graal”, dove l’obiettivo non è conquistare un oggetto di arcana sacralità bensì disfarsi di un pericolo e di una tentazione. Al suo apparire in Inghilterra e negli Stati Uniti, a metà Anni Cinquanta, Il signore degli anelli straripò sui giovani di allora conquistandoli, una generazione che stava cominciando a ribellarsi ai miti del progresso e del profitto, che non si accontentava più delle prospettive di carriera personale e della rispettabilità conformistica, che cominciava a gettare uno sguardo inquieto sulle ingiustizie del mondo, trovò in quel romanzo fantaeroico la sua Bibbia. Tolkien divenne il guru dei ragazzi del Flower Power e dell’Easy Rider, di quelli che si opponevano alla guerra in Vietnam e che sognavano sul magic bus di Kabul.</p>
<p align="left">Con apparente paradosso, in Italia quelle voci di protesta e quelle istanze di rinnovamento degli orizzonti dei giovani non furono accolte dalla “sinistra” ufficiale, che tra Anni Sessanta e Settanta monopolizzava e regolava la vita culturale, bensì da “opposte” frange di sinistra e di destra. Ma, se la sinistra radicale aveva i suoi idoli nel Vietnam, in Cuba e nel “Che” Guevara, Tolkien divenne invece la bandiera di una esigua ma interessante pattuglia di destra, che ispirandosi soprattutto al pensiero antitotalitario e comunitarista della Nouvelle Droite di Alain de Benoist andava smarcandosi dallo sterile neofascismo del MSI ufficiale. Di quei ragazzi, che avevano trovato un leader in Marco Tarchi – oggi autorevole docente di politologia nell’università di Firenze –, la sinistra di allora non capì un bel niente: li ritenne soltanto un gruppetto di estremisti da liquidare semplicemente come “neonazisti”; mentre la destra ufficiale, al contrario, scoprendosi incapace di rinnovarsi dall’interno li scaricava come pericolose e inquietanti presenze “deviazioniste”. Tolkien fu edito nella nostra lingua grazie a un editore di destra, Rusconi, a un fine talent scout editoriale, il Cattabiani, e a una intelligente traduttrice, la Alliata: tutti immediatamente isolati dal “cordone sanitario” cinto loro attorno dalla cultura ufficiale che impedì recensioni e interviste televisive. Tale il clima di quegli anni: non vengano a raccontarmi il contrario, fui io stesso testimone di quell’ottusità e di quell’ostracismo. Ecco perché oggi sono ridicoli i rigurgiti e le pretese d’una paleosinistra che per lunghi anni ha avuto a disposizione messi ed energie inimmaginabili e che non ha saputo costruire alcun serio linguaggio culturale. </p>
<p align="left">Essa non ha il diritto di rivendicare né di recuperare un bel niente: Tolkien non le é stato scippato, per la semplice ragione che non le é mai appartenuto. La sinistra, a suo tempo, accomunò in una miope e incolta condanna il “reazionario” Tolkien e i suoi fans che con quattro soldi organizzavano i Campi Hobbit dove si cantava, si leggeva, si discuteva e si rideva in modo alternativo rispetto ai suoi superfinanziati festivals: e riuscì a mobilitare per tale nobile scopo perfino l’ambiente attorno a Norberto Bobbio. Oggi che si è fatta battere perfino dai bauscia berluskones e dalle trote leghiste può solo piangere sul suo velleitarismo.</p>
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