Buon insediamento al governo dei banchieri

15 novembre 2011 · Scritto in Varie da Administrator

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Benvenuto dottor Monti. Intanto in bocca al lupo, all’Italia, più che a Lei, sperando che le accuse e i dubbi che salgono siano solo coincidenze. Cercando “Goldman Sachs” su Wikipedia si nota una lista di nomi (molto lunga, di cui riportiamo quindi solo quelli italiani) in cui è presente anche Mario Monti:

Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia;
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia e BCE;Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs; nominato poi Senatore a vita dal Presidente della Repubblica G. Napolitano e incaricato di formare nuovo governo dopo le dimissioni del Berlusconi IV (2011);
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel governo Prodi del 2006;Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nei governi Berlusconi II, III e IV.

Probabilmente è solo un caso, probabilmente anche dalla Barilla, dalla Mulino Bianco e dalla Nokia escono tanti uomini politici, ma è più probabile che non sia così. È più probabile che si intrattengano rapporti più o meno leciti tra una banca privata e organi amministrativi ed economici [BCE, Banca d'Italia (di cui conosciamo la natura non statale), Senato, Consiglio dei Ministri e così via, parlando sempre e solo dell'Italia, onde evitare di rendere la lista troppo lunga].

Non volendo parlare di lobbies, governi ombra e complotti di alieni grigi e rettiliani, scorrano ora i miei venticinque lettori (magari), questa serie di link, con cui facilmente si può fantasticare su disegni neanche troppo nascosti o segreti e capire il cursus honorum del nostro nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri:

Cos’è la Goldman Sachs, nuovo “azionista di riferimento” del governo italiano
;
Articolo de LaRepubblica.It tratto dal 17 Aprile 2010;
Articolo tratto da Disinformazione.It contenente, tra le altre cose, una serie di nomi importanti legati alla Goldman e alla Bilderberg;
Da InformarexResistere.It un articolo sui rapporti tra Goldman Sachs e Mario Monti;
Tratto da ComeDonChisciotte.It riflessioni sul Governo Goldman Sachs di cui Monti, insieme a Draghi ed altri è solo un esponente;

A.G.

 

 

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I politici sono i camerieri delle Banche

15 novembre 2011 · Scritto in Varie da Administrator

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Domenica 27 Novembre 2011 l’Associazione culturale “Generoso Simeone” organizzerà un banchetto informativo sulla questione irrisolta dell BCE e del debito pubblico. Sarà possibile firmare per la cancellazione dello stesso, che continua ad affmare il nostro popolo senza una reale motivazione. Qualunque associazione volesse unirsi a noi in questa doverosa lotta può mandare una e-mail al seguente indirizzo: info@associazionesimeone.it.

fonte: il blog di Grillo

Il denaro viene creato sul debito, non esiste un denaro fisico. Un tempo, c’erano le monete d’oro, era una merce, si scambiava e si facevano i rapporti con le altre merci. Oggi il denaro bancario rappresenta circa l’11% della massa monetaria, i titoli del debito pubblico il 13% della stessa massa e i derivati il 75%. Sono tutti strumenti creati sul debito di qualcuno che generano una massa tale di interessi, che superano ormai il Pil che ogni anno il mondo riesce a produrre.”

Il meccanismo perverso degli interessi
Saluto e ringrazio gli amici del blog di Beppe Grillo, sono Domenico De Simone, un controeconomista, dizione alquanto impervia, ma facilmente comprensibile visti gli esiti dell’economia e del pensiero degli economisti sulla società civile. Ho scritto un libro che si intitola “Crac il tracollo economico dell’Italia” in cui racconto la storia della crisi finanziaria, l’origine di questa crisi finanziaria e le ragioni che ci hanno portato fino a questo punto,ma anche qual è l’unica soluzione. La crisi è essenzialmente una crisi del debito, il problema vero è il problema del debito e della logica che porta a questo debito, logica semplice, quella dell’avidità, della prevaricazione, sopraffazione che ci portiamo appresso da qualche millennio e dalla quale dobbiamo necessariamente uscire. Questi strumenti finanziari sono strumenti micidiali. Warren Buffet definisce i derivati, strumenti di distruzione di massa, distruzione di ricchezza. Warren Buffet è il titolare e il gestore di uno dei più ricchi e famosi hedge found del mondo. Continua a leggere »

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Il marchio prima di tutto

11 novembre 2011 · Scritto in Varie da Administrator

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Il gioco spregiudicato delle multinazionali, nell’ultimo ventennio, ha raggiunto il massimo “splendore”, e l’ipocrisia e la spregiudicatezza hanno raggiunto il culmine. Stiamo vivendo un’evoluzione del processo di rinnovamento e trasformazione più totale della vera essenza aziendale. Con l’avvento degli anni ’80, il management delle grandi aziende mondiali spinge le stesse a porre come perno dell’attività aziendale la produzione del marchio e non la produzione materiale del bene stesso. In poche parole si è sviluppato un processo di salvaguardia e valorizzazione del marchio a discapito della produzione del bene, ovvero quest’ultima diventa pian piano un’attività secondaria. Per la realizzazione di questa finalità il mondo liberale, nella sua emblematica essenza, ha apportato una mentalità lucrativa e non produttiva, giustificata dal famigerato salto di qualità delle aziende. Paradossalmente l’attività primaria viene soppiantata dalla promulgazione dell’immagine e del marchio stesso, e grazie alle conquiste di liberalizzazioni del commercio e riforme sul lavoro ottenute negli anni, esiste la possibilità di appaltare la produzione di beni presso terzi,principalmente oltreoceano. Con l’appalto produttivo si trasferisce la responsabilità della forza lavoro dal produttore al fornitore, scaricando ogni tipo di colpa su di esso. Emblematica è la risposta di Ken Green, ex portavoce della Disney,alle accuse delle condizioni disperate dei lavoratori di una fabbrica di Haiti che produce capi d’abbigliamento per la Disney: “Noi non abbiamo nessun dipendente ad Haiti”, riferendosi al fatto che la fabbrica in questione appartiene ad un fornitore, lavandosene le mani definitivamente. Un esempio tangibile per tutti è il caso della Nike, che nel corso degli anni ha delocalizzato le proprie fabbriche oltreoceano, mantenendo solo in ristrette aree geografiche il proprio “fortino” industriale. Come l’Adidas, che affidando la sua ristrutturazione a Robert Louis Dreyfus , ha chiuso le fabbriche tedesche dell’azienda, spostando la produzione presso ditte appaltatrici asiatiche, mantenendo l’1 % della produzione totale in Germania. Oramai siamo in presenza di industrie capaci di produrre e divulgare solo marchi, incuranti della produzione materiale del bene sponsorizzato.
Per la riuscita di questo processo diabolico, la pubblicità ha giocato un ruolo fondamentale, in quanto da semplice informazione dell’esistenza di prodotti si è passati alla valorizzazione ed esaltazione del marchio, sminuendo il prodotto. “I consumatori sono come gli scarafaggi, dopo un po’ il solito insetticida non basta più, li devi spruzzare con roba più forte” queste parole di David Lubars, dirigente pubblicitario, sono emblematiche e colgono in pieno il concetto di pubblicità e di marketing. Con l’aiuto della pubblicità, la consapevolezza culturale e sociale del marchio è a un passo dal traguardo, in quanto il messaggio che si vuole lanciare è quello di creare uno stile di vita, senza il quale si è fuori moda, si è out. In pratica il marchio deve essere accettato, non solo come arte pubblicitaria, ma semplicemente come arte. In linea di massima, si può affermare che le aziende non mirano ad avere un rapporto estemporaneo con il consumatore, ma cercano di instaurare una vera e propria convivenza, dove il ruolo di primadonna spetta alle stesse aziende. L’ago della bilancia di questo losco gioco, ovviamente è l’anello più debole, ovvero gli adolescenti. Il linguaggio usato dagli stessi cartoni animati, o dai fast food è troppo condizionante e non c’è genitore al mondo che possa competere con essi. Quante volte abbiamo assistito a scene pietose di piagnistei di fanciulli davanti a megastore di giocattoli, o catene di fast food , intensificati dall’imprecazione nei confronti dei genitori inermi davanti a così tanta inutile e fastidiosa scenata. Ma tutto ciò non finisce con la fine dell’adolescenza, infatti i ragazzi che in tenera età guardavano i cartoni animati, ora vanno in discoteca ed esprimono la loro affezione al fantasy indossando, tra il serio e lo scherzoso, zainetti Hello Kitty, felpe di Topolino e tanto altro, obbedendo inconsciamente al processo di sinergie e stili di vita, voluti fortemente da questi colossi industriali. Raggiunto questo obiettivo, ovvero la divulgazione e l’assimilazione del marchio nel sociale, si passa alla guerra dei prezzi più bassi, rispetto alla concorrenza, all’installazione di punti vendita nella stessa area geografica della concorrenza e la creazione di sfarzosi superstore, che funzionano come una pubblicità tridimensionale del marchio. Abbagliato dalla varietà d’offerta consumistica, lo straordinario processo di concentrazione che si verifica nei consigli d’amministrazione di queste grandi multinazionali sembra non intaccare minimante il popolo e addirittura, quest’ultimo, acconsente alla cancellazione materiale d’identità commerciali locali, senza essere conscio di partecipare indirettamente al saccheggio.
Affinchè un’area geografica sia satura è fondamentale, ovviamente, distruggere senza mezzi termini, il concorrente, installando più punti vendita possibili attorno al malcapitato. Tanto più i negozi siano vicini l’uno all’altro, tanto più è possibile che si rubino la clientela, cioè che si cannibalizzino a vicenda. Comprensibilmente per queste grandi catene , un singolo negozio in perdita non produce gravi conseguenze, l’importante è che nel complesso, ovvero nell’insieme della catena, si produca e si raggiunga il massimo profitto per avere il consolidamento del marchio. Il marchio si può affermare con maggior vigore, con la creazione di megastore monoprodotto, ovvero la vendita al dettaglio di un singolo bene. Esempi eclatanti sono i megastore della Coca Cola, della Nike, dove i clienti-turisti vengono attirati dal richiamo del marchio e sottoposti ad un’esperienza sensoriale irripetibile. Questi luoghi non sono strutture semplicemente per lo shopping, ma sono luoghi da visitare, dove trascorrere intere giornate per l’esaltazione e celebrazione del marchio stesso. È tutto un gioco psicologico, grazie al quale il cliente, trovandosi in un comune negozio dove è proposta la vendita di quel prodotto enfatizzato nel megastore, è incentivato all’acquisto dal ricordo sensoriale. Alle aziende di media dimensione non resta che creare fusioni preventive, in nome dello spirito nazionale, o quant’altro serva per dare una parvenza di motivazione per delimitare il dominio di queste super potenze industriali, oppure chiedendo finanziamenti allo stato per la salvaguardia dell’azienda stessa e dei suoi dipendenti, mossa semplicemente da tappa buchi. Alla fine, però, si hanno delle vere e proprie copie in piccolo delle super potenze, in quanto per difendersi dall’attacco spregiudicato e violento delle stesse, queste ultime si riducono ad imitarle in toto pur di sopravvivere. In definitiva il gioco dei colossi industriali è al culmine, anzi raggiunge la sua massima esecuzione in quest’ultima scellerata “imitazione” da parte della concorrenza.
A noi non resta altro che soccombere e assistere al dominio incontrastato dei colossi industriali, in attesa della conquista definitiva del marchio sul mondo intero. Questo processo di accettazione sociale del marchio è incontrastato e supinamente indiscusso, e purtroppo riconosciuto come il naturale evolversi del mondo moderno. Di conseguenza aspettiamoci di essere palesemente “governati” da queste holding industriali,e perché no assistere ad un domani soffocato dal marchio.
FRANCESCO IANNACE

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Il debito pubblico (da non pagare)

07 novembre 2011 · Scritto in Varie da Administrator

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Il debito pubblico cosa è realmente? Non si parla d’altro nell’ultimo periodo e il popolo comincia a temere per la propria sorte, ad avere paura di questa entità fittizia che chiamano finanza, capace in un attimo di metterti in ginocchio. L’associazione Simeone terrà a breve a Benevento un banchetto informativo sul problema del debito pubblico e sul futuro dell’Italia. L’Islanda non è un caso isolato, il popolo è sovrano se lo stato decide di essere Stato. Altrimenti non potremmo che cominciare a pensare di vendere il colosseo, gli Uffizi e quella storia che ancora oggi ci permette di rappresentare una potenza a livello europeo.

Da più parti e dai più disparati schieramenti, con sempre maggior vigore, giungono esortazioni a non pagare il mastodontico debito pubblico nazionale. Man mano che i vari soggetti arrivano a quantificare mentalmente l’ammontare della cifra, con tanti zeri da renderla addirittura illeggibile, (circa un milione 935 mila 300 milioni di Euro) per rendersi conto del significato, si cominciano a fare alcune considerazioni paragonandola a prodotti e beni reali esistenti di valore equivalente. C’è da  restare allibiti.

Dai primi sommari conteggi emergono risultati a dir poco inimmaginabili e sconcertanti. Il debito pubblico è pari a 3 volte il valore dell’intero patrimonio immobiliare privato Italiano, a 8 volte il valore di tutti gli immobili dello Stato Italiano: scuole, ospedali, caserme, enti pubblici, porti, aeroporti, ferrovie ecc. ecc. Se si volesse pagare il debito pubblico occorrerebbero ben 33 manovre come l’ultima disastrosa di 59 miliardi, e vi è ancora da aggiungere gli interessi passivi pretesi nei 32 anni successivi. Se volessimo pagarlo con prodotti della nostre industrie ci vorrebbe l’intera produzione annuale delle macchine della FIAT (n. 1.781.000 di automobili Panda) per un minimo di 128 anni. Se volessimo pagarlo con prestazioni di lavoro occorrerebbero 20 milioni di lavoratori che dovrebbero lavorare gratis in tutti i giorni di un anno (365 giorni) per 10 ore al giorno a 10 €\ora. Non occorre essere grandi e blasonati economisti per comprendere che una tale mole di debito non potrà essere mai pagata, anche se decidessimo di consegnare ai nostri famelici strozzini l’intero patrimonio immobiliare sia pubblico che privato.  Continua a leggere »

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Alluvione il Liguria: i commenti (antimeridionali) di Paolo Villaggio

06 novembre 2011 · Scritto in Varie da Administrator

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal sito V.A.N.T.O. (raggiungibile dal link sottostante) riguardo dichiarazioni telefoniche tenute dal comico Paolo Villaggio in un’intervista con Sky TG24. Sembra inutile commentare le sue parole.

http://www.angeloxg1.wordpress.com/2011/11/05/villaggio_alluvione/

Alluvione di Genova, P. Villaggio se la prende con il Sud
gravi parole e forte danno d’immagine e culturale per il Meridione

Angelo Forgione – Parole agghiaccianti quelle del comico Paolo Villaggio che, nel corso di un’intervista telefonica rilasciata a Sky Tg24 del 5 Novembre, a proposito delle tragiche conseguenze dell’alluvione di Genova, se l’è presa col Sud e indirettamente con Napoli.
Al conduttore che gli ha chiesto quale fosse stato il primo pensiero dopo aver visto i luoghi della sua infanzia spazzati via dal mare di fango, Villaggio ha così risposto: «Sono colpito ma anche vaghissimamente indignato perchè i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia». Tradotto in soldoni, per Villaggio le negligenze nella prevenzione di queste sciagure in Italia sono figlie di un certo deleterio retaggio meridionale da cui Genova non è immune; il nostro, in pratica, è indignato perchè ha scoperto oggi che Genova è uguale al Sud (inteso come parametro inferiore).
Opinione fuori luogo e inopportuna, di gravità inaudita, che genera un ulteriore fortissimo danno d’immagine e culturale per il meridione e per la sua città più rappresentativa.
Ancora una volta, i guai del paese vengono attribuiti dal “solone” di turno al Sud, a Napoli. E ci dispiace denunciare questo in un momento in cui si contano dei morti e dal Sud giunge la solidarietà al Nord per degli accadimenti identici ad ogni latitudine, un momento in cui bisogna accertare delle responsabilità effettive e concrete senza cercare capri espiatori nel vuoto di una retorica anti-sud a prescindere. Inoltre, Villaggio sappia che non è solo questione di alvei dei fiumi ostruiti ma anche e soprattutto di surriscaldamento del clima che genera violenti rovesci sempre più frequenti e imponenti. Un problema planetario, non solo italiano. Anche questo è retaggio della cultura sudista borbonica?
Quanta gente ha ascoltato quest’intervista e continuerà ad ascoltarla in queste ore? E il risultato in termini subliminali qual è? Entrerà nel cervello dei telespettatori che l’Italia, da Bolzano a Siracusa, frana per colpa di Napoli. Non se ne può più!!!
Attenzione, questa è una denuncia convinta, non un pianto sterile. E per dimostrarlo, bisogna ricordare a Paolo Villaggio, vittima della peggiore retorica risorgimentale, che i Borbone di Napoli erano avveduti anche nella prevenzione delle alluvioni.
Basterebbe citare i “Regi Lagni”, un’opera di bonifica che consentì di porre un argine alle inondazioni nelle campagne del Casertano e del Nolano, dando nello stesso tempo fertilità alle aree agricole attraverso un’irrigazione regolata da canali e diramazioni. La raccolta delle acque piovane e sorgive, convogliate dalla zona nord di Napoli verso la provincia per poi sfociare in direzione del mar Tirreno, tra la foce del Volturno e il lago Patria, è un’opera di alta ingegneria geologica, ancora utile oggi se non fosse che è diventata con la gestione moderna, che certamente borbonica non è, una discarica a cielo aperto da maltrattare con sversamenti illegali.
E cosa dire dell’Arena Sant’Antonio, un alveo costruito dai Borbone affinchè la città di Napoli non si allagasse? Utilissimo fino al 1990, anno in cui è stato strozzato dai lavori dei mondiali di calcio “Italia ’90″, cioè lo Stato italiano e non i sudisti o i Borbone. Un alveo a cielo aperto in alcuni tratti per convogliare le acque reflue, tombato in altri, lungo 4,5 chilometri; che dai Camaldoli, nei pressi dell’Eremo Benedettino, scende a Soccavo e a Fuorigrotta sboccando in mare sulla spiaggia di Coroglio. Tutto questo ora avviene con enormi difficoltà a causa delle sezioni non uniformi, delle pendenze variabili, del sovraccarico dovuto alla selvaggia urbanizzazione della collina vomerese e dei manufatti obsoleti, non per colpa dei Borbone. E fino a qualche anno fa, quando si intervenì per limitarne i danni dei Mondiali, gli spogliatoi dello stadio si allagavano ad ogni pioggia leggermente più intensa.
E poi l’istituzione dell’Amministrazione Generale delle Bonificazioni che provvide alla bonifica delle Paludi Sipontine, del bacino inferiore del Volturno, del Sarno, del Sele, del golfo di Policastro, della piana di Bivona, del brindisino, e ancora l’inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi e tanti altri interventi dovuti al fatto che i Borbone sapevano benissimo che la componente lavica del territorio meridionale, che tanto rendeva fertile il suolo, necessitava di sostegno per la sua friabilità. E per impedire i franamenti a valle, attuarono la deviazione e l’accoglimento in vasche e bacini delle acque straripanti.
Caro Villaggio, io speriamo che Genova se la cava… e pure Lei!

Sarà un periodo un po’ strano per Paolo Villaggio (che tutti, a questo punto, preferiranno ricordare nei panni dei suoi più noti personaggi, Fracchia e Fantozzi) che nel suo libro ha parlato dei Friulani in questo modo: “per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente”. Gli Altoatesini, invece, solo per dispetto, parlerebbero e scriverebbero esclusivamente in Tedesco, a detta dell’attore.

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L’Origine.

04 novembre 2011 · Scritto in Eventi da Administrator

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Contributi per una spiritualità indoeuropea.

Un libro “essenziale” l’”Origine” di Giandomenico Casalino, che indaga da un punto di vista storico, politico, culturale la profondità e la circolarità della nostra storia. Un libro che rivendica quale archetipo della nostra cultura i fondamenti dello spirito primordiale indoeuropeo, insinuatisi nella nostra  storia attraverso una filosofia, seppur dissimile nei modi e nei tempi del dire, unita nella essenza della concezione della vita.

Così Platone ed Hegel ed Heidegger finiscono per riconoscersi in quella stessa circolarità, figli di uno stesso padre.

Un appuntamento da non perdere per chiunque abbia il desiderio di fare i conti con la propria storia e trovare maggior energia nella lotta alla desertificiazione storico-culturale voluta dalla globalizzazione.

Per info: www.saturniatellus.com

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