Fini avrebbe dovuto, tempo fa, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana? 
L’articolo di Pietrangelo Buttafuoco “Destra, ultima fermata”, ospitato sul Foglio del 29 marzo scorso, ha creato un grande dibattito in rete (dai blog a facebook). Molti i commenti e le reazioni: tra questi, la lettera di Tomaso Staiti di Cuddia a Buttafuoco, ripresa anche da FareFuturo, e l’analisi del professor Marco Tarchi, ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche di Firenze. Tarchi fu lo storico animatore, dalla fine degli anni Settanta, della cultura delle nuove sintesi nota come Nuova Destra. Autore di molti volumi, il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra” (Vallecchi, 370 pp, 18 euro).
Ne ha dette, di cose, Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente, chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si premurava di farsi ritrarre con una bambina di colore in braccio nell’oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura che non si presterà a imboscate in quella sede.
Insomma, dare ascolto a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato caserma”. L’analisi è impeccabile.
Peccato che, ancora una volta, contraddica frasi vecchie di pochi mesi, perché allora era soltanto il Pdl ad essere descritto con la metafora militaresca, rivendicando il diritto-dovere di portarvi aria nuova e libera, mentre adesso si giunge alla tacita ammissione che Alleanza nazionale aveva le stesse sembianze del fortilizio, dove tutti dovevano obbedienza cieca, pronta ed assoluta al comandante e, più che colonnelli, erano in auge i caporali e i gregari. Chi sgarrava, e magari denunciava le violazioni di uno statuto che prevedeva un congresso ogni tre anni e non ogni sei, sette o chissà quanti, come di fatto accadeva, veniva messo alla porta o costretto a farlo.
Continua a leggere »