Il gioco spregiudicato delle multinazionali, nell’ultimo ventennio, ha raggiunto il massimo “splendore”, e l’ipocrisia e la spregiudicatezza hanno raggiunto il culmine. Stiamo vivendo un’evoluzione del processo di rinnovamento e trasformazione più totale della vera essenza aziendale. Con l’avvento degli anni ’80, il management delle grandi aziende mondiali spinge le stesse a porre come perno dell’attività aziendale la produzione del marchio e non la produzione materiale del bene stesso. In poche parole si è sviluppato un processo di salvaguardia e valorizzazione del marchio a discapito della produzione del bene, ovvero quest’ultima diventa pian piano un’attività secondaria. Per la realizzazione di questa finalità il mondo liberale, nella sua emblematica essenza, ha apportato una mentalità lucrativa e non produttiva, giustificata dal famigerato salto di qualità delle aziende. Paradossalmente l’attività primaria viene soppiantata dalla promulgazione dell’immagine e del marchio stesso, e grazie alle conquiste di liberalizzazioni del commercio e riforme sul lavoro ottenute negli anni, esiste la possibilità di appaltare la produzione di beni presso terzi,principalmente oltreoceano. Con l’appalto produttivo si trasferisce la responsabilità della forza lavoro dal produttore al fornitore, scaricando ogni tipo di colpa su di esso. Emblematica è la risposta di Ken Green, ex portavoce della Disney,alle accuse delle condizioni disperate dei lavoratori di una fabbrica di Haiti che produce capi d’abbigliamento per la Disney: “Noi non abbiamo nessun dipendente ad Haiti”, riferendosi al fatto che la fabbrica in questione appartiene ad un fornitore, lavandosene le mani definitivamente. Un esempio tangibile per tutti è il caso della Nike, che nel corso degli anni ha delocalizzato le proprie fabbriche oltreoceano, mantenendo solo in ristrette aree geografiche il proprio “fortino” industriale. Come l’Adidas, che affidando la sua ristrutturazione a Robert Louis Dreyfus , ha chiuso le fabbriche tedesche dell’azienda, spostando la produzione presso ditte appaltatrici asiatiche, mantenendo l’1 % della produzione totale in Germania. Oramai siamo in presenza di industrie capaci di produrre e divulgare solo marchi, incuranti della produzione materiale del bene sponsorizzato.
Per la riuscita di questo processo diabolico, la pubblicità ha giocato un ruolo fondamentale, in quanto da semplice informazione dell’esistenza di prodotti si è passati alla valorizzazione ed esaltazione del marchio, sminuendo il prodotto. “I consumatori sono come gli scarafaggi, dopo un po’ il solito insetticida non basta più, li devi spruzzare con roba più forte” queste parole di David Lubars, dirigente pubblicitario, sono emblematiche e colgono in pieno il concetto di pubblicità e di marketing. Con l’aiuto della pubblicità, la consapevolezza culturale e sociale del marchio è a un passo dal traguardo, in quanto il messaggio che si vuole lanciare è quello di creare uno stile di vita, senza il quale si è fuori moda, si è out. In pratica il marchio deve essere accettato, non solo come arte pubblicitaria, ma semplicemente come arte. In linea di massima, si può affermare che le aziende non mirano ad avere un rapporto estemporaneo con il consumatore, ma cercano di instaurare una vera e propria convivenza, dove il ruolo di primadonna spetta alle stesse aziende. L’ago della bilancia di questo losco gioco, ovviamente è l’anello più debole, ovvero gli adolescenti. Il linguaggio usato dagli stessi cartoni animati, o dai fast food è troppo condizionante e non c’è genitore al mondo che possa competere con essi. Quante volte abbiamo assistito a scene pietose di piagnistei di fanciulli davanti a megastore di giocattoli, o catene di fast food , intensificati dall’imprecazione nei confronti dei genitori inermi davanti a così tanta inutile e fastidiosa scenata. Ma tutto ciò non finisce con la fine dell’adolescenza, infatti i ragazzi che in tenera età guardavano i cartoni animati, ora vanno in discoteca ed esprimono la loro affezione al fantasy indossando, tra il serio e lo scherzoso, zainetti Hello Kitty, felpe di Topolino e tanto altro, obbedendo inconsciamente al processo di sinergie e stili di vita, voluti fortemente da questi colossi industriali. Raggiunto questo obiettivo, ovvero la divulgazione e l’assimilazione del marchio nel sociale, si passa alla guerra dei prezzi più bassi, rispetto alla concorrenza, all’installazione di punti vendita nella stessa area geografica della concorrenza e la creazione di sfarzosi superstore, che funzionano come una pubblicità tridimensionale del marchio. Abbagliato dalla varietà d’offerta consumistica, lo straordinario processo di concentrazione che si verifica nei consigli d’amministrazione di queste grandi multinazionali sembra non intaccare minimante il popolo e addirittura, quest’ultimo, acconsente alla cancellazione materiale d’identità commerciali locali, senza essere conscio di partecipare indirettamente al saccheggio.
Affinchè un’area geografica sia satura è fondamentale, ovviamente, distruggere senza mezzi termini, il concorrente, installando più punti vendita possibili attorno al malcapitato. Tanto più i negozi siano vicini l’uno all’altro, tanto più è possibile che si rubino la clientela, cioè che si cannibalizzino a vicenda. Comprensibilmente per queste grandi catene , un singolo negozio in perdita non produce gravi conseguenze, l’importante è che nel complesso, ovvero nell’insieme della catena, si produca e si raggiunga il massimo profitto per avere il consolidamento del marchio. Il marchio si può affermare con maggior vigore, con la creazione di megastore monoprodotto, ovvero la vendita al dettaglio di un singolo bene. Esempi eclatanti sono i megastore della Coca Cola, della Nike, dove i clienti-turisti vengono attirati dal richiamo del marchio e sottoposti ad un’esperienza sensoriale irripetibile. Questi luoghi non sono strutture semplicemente per lo shopping, ma sono luoghi da visitare, dove trascorrere intere giornate per l’esaltazione e celebrazione del marchio stesso. È tutto un gioco psicologico, grazie al quale il cliente, trovandosi in un comune negozio dove è proposta la vendita di quel prodotto enfatizzato nel megastore, è incentivato all’acquisto dal ricordo sensoriale. Alle aziende di media dimensione non resta che creare fusioni preventive, in nome dello spirito nazionale, o quant’altro serva per dare una parvenza di motivazione per delimitare il dominio di queste super potenze industriali, oppure chiedendo finanziamenti allo stato per la salvaguardia dell’azienda stessa e dei suoi dipendenti, mossa semplicemente da tappa buchi. Alla fine, però, si hanno delle vere e proprie copie in piccolo delle super potenze, in quanto per difendersi dall’attacco spregiudicato e violento delle stesse, queste ultime si riducono ad imitarle in toto pur di sopravvivere. In definitiva il gioco dei colossi industriali è al culmine, anzi raggiunge la sua massima esecuzione in quest’ultima scellerata “imitazione” da parte della concorrenza.
A noi non resta altro che soccombere e assistere al dominio incontrastato dei colossi industriali, in attesa della conquista definitiva del marchio sul mondo intero. Questo processo di accettazione sociale del marchio è incontrastato e supinamente indiscusso, e purtroppo riconosciuto come il naturale evolversi del mondo moderno. Di conseguenza aspettiamoci di essere palesemente “governati” da queste holding industriali,e perché no assistere ad un domani soffocato dal marchio.
FRANCESCO IANNACE