Un sistema trincerato: grandi e piccole apartheid in Israele

06 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

di Jonathan Cook
Fonte: tlaxcala

Discorso pronunciato dall’autore alla quinta conferenza internazionale di Bilin sulla resistenza popolare dei clip_image001Palestinesi, tenutasi nel villaggio di Bilin, in Cisgiordania, il 21 aprile 2010.

Gli apologisti di Israele sono veramente preoccupati all’idea che Israele venga sottoposta a speciali esami critici e ad una sua messa in discussione.

Tuttavia, io desidero affermare che nella maggior parte dei dibattiti che riguardano Israele effettivamente si affronta l’argomento in modo estremamente leggero: che molte delle caratteristiche dell’organizzazione di governo di Israele verrebbero considerate eccezionali o straordinarie in qualsiasi altro Stato democratico.

Questo non è sorprendente in quanto, come argomenterò, Israele non è una democrazia liberale e tanto meno uno “Stato ebraico e democratico”, come affermano i suoi sostenitori. Israele è uno Stato a discriminazione razziale, non solo nei territori occupati della West Bank e di Gaza, ma anche all’interno dello stesso Israele.

Oggi, nei territori occupati, la natura di apartheid del regime israeliano è inconfutabile — anche se questo viene poco menzionato dai politici dell’Occidente o dai media. Comunque, all’interno di Israele questa situazione passa largamente sotto silenzio e nascosta.

Ora, il mio obiettivo è di tentare di rimuovere il velo, almeno un poco.

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C’era una volta un presidente – Recensione

06 maggio 2010 · Scritto in Recensioni da Carmine Giangregorio

dal sito della casa editrice Vallecchi, Firenze.

“Verginità e trasgressione: il miracolo di vita, scrittura e ribellione di una ragazza neanche ventenne” Marcello Veneziani

C’era una volta un presidente – di Silvia Valerio (ed. Vallecchi)

L’opera

clip_image002C’era una volta… Un re! Diranno subito i miei piccoli (medio-piccoli, pardon) lettori. Anzi, no! Mi interromperanno. Perché lor signori sanno bene che al giorno d’oggi non si può fare iniziare così una storia. Al giorno d’oggi, proprio non va, proprio non si può. Nemmeno una storia d’amore. Nemmeno se la lei in questione ha diciotto anni ed è vergine. E allora? Embè? E allora, queste sono le pagine del diario intimo della signorina, potrete leggerne avventure e disavventure amorose (sempre nel rispetto del fiore, ovviamente), potrete curiosare tra narcisi e papaveri, tàngheri e tanghéri, liceali e poi universitari, apprendisti stregoni e navigati… simpaticoni, e via a precipizio per le più disparate (disperate?) (s)comparse di quella straordinaria commedia umana che è la società contemporanea. Ma insomma alla fine si può sapere lei chi sceglie? Sicuro! Tra l’altro, vi è più vicino di quanto possiate immaginare, lo conoscete certamente, è finito sui giornali… C’era una volta un presidente. Ah….

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Comunità e Decrescita

05 maggio 2010 · Scritto in Recensioni da Carmine Giangregorio

da Arianna Editrice

Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale

Autore: AlainDe Benoist

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Di fronte alla crisi economica e sociale del modello di sviluppo occidentale diventa realistico criticare la ragione stessa dell’economicismo moderno: la mercificazione dell’esistente. L’autore individua un limite ecologico alla crescita economica illimitata e propone di cominciare a far decrescere l’idea che lo sviluppo degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio che pubblicità e media diffondono continuamente è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti.
È necessario rinunciare all’immaginario economico per il quale “di più” significa “meglio” e imparare ed essere capaci a dire: “è sufficiente” oppure “è abbastanza” piuttosto che “sempre di più!”.
Alain de Benoist considera errato immaginare la decrescita come un appello a un ritorno al passato o a una brutale degradazione del livello di vita. La decrescita è invece un’inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto e incompatibile con gli equilibri della natura.
Esso porta con sé, sulla scia dell’occidentalizzazione, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze sociali, insicurezza individuale e collettiva. Alain de Benoist porta alla luce il carattere di artificio e dominio dell’economia ponendo la critica alla civilizzazione mercantile sul piano del suo stesso fondamento sociale e politico. Riprende l’idea della democrazia partecipativa, proponendo, dinanzi al globale sviluppo illimitato, il livello locale e della vita quotidiana. Rimangono le lingue, le culture, un legame sociale che va pazientemente ricreato nell’esistenza di ogni giorno, per una comunità della decrescita.

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Domande e risposte per capire la questione irlandese

05 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

Di Tommaso della Longa e Giampaolo Musumeci

clip_image001Che cos’è la questione irlandese?
Quando si parla della “questione irlandese” si intende la lotta per l’autodeterminazione del popolo irlandese nel Nord Irlanda a tutt’oggi sotto il governo di Londra. Fino al 1922 il Regno Unito controllava tutta l’Isola irlandese. Dopo un’aspra guerra d’indipendenza, le sei contee del Nord rimasero sotto il controllo britannico, diventando il quarto stato della Gran Bretagna, mentre le altre 26 costituirono il libero stato d’Irlanda. Da subito gli irlandesi repubblicani iniziarono a lottare per unire Belfast, Derry e le altre città del Nord a Dublino. La situazione precipitò negli anni ’70 e ’80 quando l’Irish Republican Army e i gruppi paramilitari lealisti si combatterono aspramente, lasciando migliaia di morti sul campo.

Che cosa sono gli “accordi del Venerdì Santo”?
Con gli anni ’90 si aprì il dialogo tra la comunità cattolica, repubblicana e filo irlandese e quella protestante, unionista e filo britannica. Il 10 aprile 1998, i rappresentanti di entrambe le comunità firmarono gli accordi di Belfast, meglio conosciuti come gli accordi del Venerdì Santo, che sancivano il ritorno del parlamento di Stormont in Irlanda del Nord e si iniziò il cammino per il disarmo dei gruppi armati.

Che cos’è lo Sinn Fein?
Sinn Fein, in gaelic “noi stessi soli”, è il partito storico della causa repubblicana indipendentista irlandese. Braccio politico dell’Ira, firmatario degli accordi pace, ad oggi è la prima forza politica nella comunità repubblicana e siede nel governo biconfessionale nel Parlamento di Stormont. Noto per le sue lotte al fianco dei prigionieri politici e dei militari dell’esercito repubblicano, ad oggi sta perdendo forza all’interno della comunità irlandese perché accusato di essere diventato parte dell’establishment britannico e quindi di aver tradito la causa indipendentista. Inoltre gli viene imputato un sostanziale menefreghismo nei confronti dei prigionieri repubblicani che ancora popolano le carceri di massima sicurezza.

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Oggi l’anniversario della morte di Bobby Sands. E la questione delle sei contee?

05 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

tratto da Panorama.it

A distanza di 29 anni dalla morte, dopo migliaia di caduti, dopo che il Good Friday Agreement ha messo fine alla guerra civile nel Nord dell’Irlanda, dopo che il murale che lo ritrae è divenuto meta turistica, il mito di Bobby Sands è ancora vivo.

Marce di commemorazione e manifestazioni sono attese a Belfast e un po’ in tutte le sei contee per oggi. Ma già da giorni si susseguono gli eventi di celebrazione.

Massimiliano Vitelli, portavoce per l’Italia del Repubblican Sinn Féin, il partito nato dopo la scissione con lo Sinn Féin di Gerry Adams, spiega perché la figura del giovane repubblicano è ancora attuale: “Bobby Sands va ricordato perché ha portato avanti ideali senza compromessi, perché ha dato e dà tuttora un senso di appartenenza a chi lotta per la causa repubblicana, anche dopo la scissione tra Sinn Féin e Repubblican Sinn Féin. Sinn Féin, che noi preferiamo chiamare Provisional, ha tradito gli ideali di Bobby Sands”.

Che senso ha ancora oggi il repubblicanesimo duro e puro? C’è una “devolution” in corso a Stormont, il Parlamento nordirlandese, dei poteri di giustizia e polizia…
Chi vive nelle sei contee conosce la discriminazione in atto verso i repubblicani. Sa bene che ci sono attacchi settari ogni giorno, vede le differenze di gestione da parte del governo dei quartieri cattolici e protestanti… Quanto a Stormont, non dovrebbe esistere. È il simbolo dell’ultima colonizzazione europea ancora in atto.

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L’uomo nell’ombra di Polanski

05 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

Fonte: Pino Cabras

Il paragone tra il personaggio nel film di Roman Polanski e l’ex premier britannico Tony Blair.

Londra – È un po’ sconcertante che il regista Roman Polanski, che è riuscito a sottrarsi alla giustizia per più di tre decenni, abbia deciso di fare un film che racconta di un premier britannico caduto in disgrazia nel suo tentativo di sfuggire al Tribunale per i crimini di guerra dell’Aja.
L’ultimo film di Polanski è basato su un bestseller di Robert Harris (The Ghost). Racconta la storia dell’«immaginario» ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan) il quale, un tempo molto popolare, è ora totalmente disprezzato. Lang è in esilio negli Stati Uniti con sua moglie Ruth (Olivia Williams). Teme l’estradizione al Tribunale dell’Aja.
Il protagonista principale, che trascina il film dall’inizio alla fine, è un ghostwriter (Ewan McGregor). Viene assunto da un editore per scrivere la biografia di Lang in seguito alla misteriosa morte del precedente ghostwriter di Lang. Il neoassunto scopre presto che con i Lang c’è del marcio. I Lang, si scopre, stavano lavorando per la CIA.
clip_image001La somiglianza tra Adam Lang e Tony Blair è più che evidente. Adam Lang è un bell’uomo dai capelli scuri, è atletico, è affascinante, è alla mano, è un criminale di guerra ma è anche vulnerabile, si travolge facilmente. Il film affronta il capitolo più devastante nella storia recente, la trasformazione della democrazia liberale anglo-americana in una macchina per uccidere, alimentato da pathos e rettitudine, un capitolo che la società britannica non è ancora abbastanza matura da affrontare. Ancora una volta, sono le menti artistiche e creative, come quelle di Harris e Polanski, a impegnarsi con le domande sui cui l’indagine Chilcot non si soffermerebbe mai.
Finora, ogni tentativo convenzionale di delineare una versione razionale o logica che spiegasse i tratti salienti che stavano dietro il comportamento di Tony Blair dal 2002 in poi è fallito miseramente. Blair ha lanciato una guerra illegale basata su un dossier menzognero. Ha portato il Paese in un conflitto nonostante una certa seria opposizione fra le forze armate, l’intelligence, il governo, il partito laburista, i media e l’opinione pubblica. Durante questo processo Blair si produsse in alcune forti pressioni nei confronti di funzionari dell’intelligence ed esperti legali per far approvare la sua agenda letale. Blair era strettamente allacciato a certi finanziatori e sostenitori all’interno dei media. Non è affatto chiaro perché l’abbia fatto.

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Maroni come d’Amato: La soluzione dei problemi del sistema Calcio passa attraverso la Repressione

04 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

Da Giustizia Giusta
Anno XIX, N. m2, Marzo/Aprile 2010

 

clip_image001Nell’agosto 2008 chiedemmo che venisse da subito, fuori delle logiche di parte, costituito il Contro-Osservatorio sul calcio e sulle manifestazioni sportive nazionali. C’era una logica ben precisa nella nostra richiesta: l’Osservatorio si era mostrato totalmente incapace a frenare la violenza negli stadi. Invitammo contemporaneamente l’allora Ministro di Polizia Giuliano Amato a dimettersi. Di fronte alla violenza dilagante e ad episodi gravissimi quali l’assassinio di Gabriele Sandri e la morte dell’Ispettore Raciti il Ministro non fu in grado di fare altro che inasprire le pene per i tifosi, sorvolando sulla condizione di un Calcio devastato dagli scandali e sulle responsabilità degli organi preposti al controllo ed alla sicurezza degli eventi: commentatori ed addetti allo stesso mantenimento dell’ordine pubblico. Daspo, flagranza differita, tessere per i tifosi. E sullo stesso piano si muove oggi il ministro Maroni che in più chiede il Daspo per i giocatori “provocatori” ed il divieto d’ingresso per i genitori “violenti”. Siamo alla paranoia da stadio, siamo alle operazioni mirate per consentire un’azione repressiva generalizzata con il fine di allontanare le tifoserie dagli stadi e d’inchiodarle dinanzi agli schermi. Mai sentito parlare d’interessi televisivi? E mai sentito parlare di ciò che da anni si agita all’interno del Sistema-Calcio dove s’intrecciano interessi di ogni genere e dove la corruzione (dalla compravendita delle partite agli arbitri in lista paga delle società più influenti) la fa ormai da padrona e tutto e tutti coinvolge anche in sede di Giustizia penale e di Giustizia sportiva? Mai sentito parlare delle centinaia e centinaia di intercettazioni telefoniche “inascoltate” e inutilizzate? Su un tale scenario di devastazione e di laidume ascoltare dei ministri che s’interessano soltanto di ordine pubblico negli stadi ha del grottesco: quasi che il destino dello Sport possa risolversi solo con la criminalizzazione delle Curve.

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Destra, ultima fermata

04 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

Fini avrebbe dovuto, tempo fa, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana? clip_image002

clip_image003L’articolo di Pietrangelo Buttafuoco “Destra, ultima fermata”, ospitato sul Foglio del 29 marzo scorso, ha creato un grande dibattito in rete (dai blog a facebook). Molti i commenti e le reazioni: tra questi, la lettera di Tomaso Staiti di Cuddia a Buttafuoco, ripresa anche da FareFuturo, e l’analisi del professor Marco Tarchi, ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche di Firenze. Tarchi fu lo storico animatore, dalla fine degli anni Settanta, della cultura delle nuove sintesi nota come Nuova Destra. Autore di molti volumi, il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra” (Vallecchi, 370 pp, 18 euro).

Ne ha dette, di cose, Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente, chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si premurava di farsi ritrarre con una bambina di colore in braccio nell’oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura che non si presterà a imboscate in quella sede.

Insomma, dare ascolto a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato caserma”. L’analisi è impeccabile.

Peccato che, ancora una volta, contraddica frasi vecchie di pochi mesi, perché allora era soltanto il Pdl ad essere descritto con la metafora militaresca, rivendicando il diritto-dovere di portarvi aria nuova e libera, mentre adesso si giunge alla tacita ammissione che Alleanza nazionale aveva le stesse sembianze del fortilizio, dove tutti dovevano obbedienza cieca, pronta ed assoluta al comandante e, più che colonnelli, erano in auge i caporali e i gregari. Chi sgarrava, e magari denunciava le violazioni di uno statuto che prevedeva un congresso ogni tre anni e non ogni sei, sette o chissà quanti, come di fatto accadeva, veniva messo alla porta o costretto a farlo.

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Il pauperismo

04 maggio 2010 · Scritto in Articoli da Carmine Giangregorio

Il pauperismo é quel fenomeno che evidenzia l’esistenza costante di larghe fasce di popolazione in condizioni di necessità, di povertà. Nel corso dei secoli, attraverso le trasformazioni epocali che hanno caratterizzato la vita dei popoli e delle nazioni, il fenomeno é stato affrontato attraverso forme più o meno roganizzate di mutua assistenza e previdenza, D’altra parte é adesso ormai accertato che nel sistema liberal-capitalistico il fenomeno é considerato ciclico e fisiologico, per cui é vano ed insuficiente cercare nell’ambito dello stesso sistema i rimedi efficaci e duraturi nel tempo. Solo una trasformazione rivoluzionaria che porti al superamento della contraddizioni tra carattere sociale della produzione e carettere privato dell’appropriazione del prodotto risultato dal lavoro, può risolvere il problema in maniera permanente e radicale. Questo comporta che la lotta contro il pauperismo debba essere condotta dallo Stato superando il principio caritativo cristiano per giungere a forme di previdenza pubblica (assicurazioni obbligatorie, fondi pensione obbligatori, assistenza sanitaria gratuita, ecc). Questo é il percorso di organizzazione e protezione sociale che ha perseguito il fascismo con l’istituzione degli enti previdenziali ed assistenziali che, a suo tempo, vennero gestiti con i principi della sana e corrette amministrazione. I famosi fondi di Invalidità, Vecchiaia e Superstiti furono in grado di garantire le esigenze previdenziali ed assistenziali dei lavoratori di tutte quelle categorie alla cui protezione sociale erano destinati ed il cui patrimonio era costituito dal risparmio obbligatorio a carico sia del lavoratore che del datore di lavoro.
L’antifascismo post bellico, di tutte le tendenze e colorazioni, nel suo furore iconoclastico, ha prima amministrato gli enti e i fondi in maniera clientelare e poi pianificato la progressiva distruzione dell’impalcatura di protezione sociale messa in piedi nel ventennio mussoliniano, facendo così il gioco della cupola plutocratico giudaico-massonica che ha, come obiettivo finale, non solo l’impoverimento della classe lavoratrice in tutte le sue componenti, ma anche quello dei popoli e delle nazioni per meglio soggiogarle e dominarle.

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Conferenza Roma 29/04 – La rivoluzione impossibile

27 aprile 2010 · Scritto in Conferenze da Carmine Giangregorio

Giovedì 29 Aprile 2010, alle ore 21.00 presso Via Montebuono 3 (Piazza Vescovio) di Roma, si terrà il convegno “La rivoluzione impossibile – Dai campi hobbit alla nuova destra”, organizzato dal circolo Ordine Futuro.
Interverranno Nicola Cospito, Francesco Mancinelli, Marina Simeone e Federico Zamboni.

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